Questo blog nasce per uno scopo ben preciso. Ossia aiutare il turista che si reca nella zona di Diani Beach a fidarsi dei ragazzi che lavorano lungo la spiaggia per conto delle agenzie locali.
L'idea è venuta dopo aver scoperto sul web il blog dei Beach Boys di Watamu. E così mi sono detta, perché non fare anche quello per i ragazzi di Diani?
I ragazzi di cui parlo in questo blog li conosco tutti personalmente. Non posso dire che garantisco completamente per loro, ma so che di loro mi sono fidata e non mi hanno deluso.
Chiunque decida di rivolgersi a loro, sappia che in Kenya la fame è una realtà concreta, e forse anche loro saranno tentati dal fare soldi facili, come tutti quelli che cercano disperatamente di sopravvivere in un paese africano.
Consiglio a chi sceglierà di rivolgersi alle agenzie locali:
- di farsi spiegare dettagliatamente cosa prevedono le varie escursioni e i vari programmi (cene, gite, e compagnia bella)
- di farsi fare una proposta economica
- di farsi fare una proposta economica anche da altre agenzie locali in modo da vedere le differenze
- di contrattare SEMPRE
- in caso di prenotazione di safari o escursioni, farsi lasciare la ricevuta dall'agenzia
- di non lamentarsi se dopo aver chiuso l'affare, scopriranno che altrove i prezzi possono essere anche più bassi.
Sono le leggi di mercato. Quando si va al Decathlon e si comprano un paio di scarpe, non si protesta con i commessi se poi da un'altra parte le stesse scarpe costano di meno.
I miei ragazzi lavorano sodo e cercano sempre di accontentare il cliente al meglio. E' anche vero che se un turista non apre gli occhi, la tentazione di fare soldi facili su di lui è forte. Per cui non andate in giro a dare l'impressione di essere degli euro che camminano. Date il giusto valore al denaro e fate sempre capire che noi europei non siamo tutti ricchi.
Spero che questo blog possa essere utile a tutti quelli che hanno voglia di conoscere meglio il mio Kenya, che hanno voglia di guardarlo con i miei occhi, e che non hanno paura del contatto con la popolazione locale.
Buon Kenya a chi parte
Roberta
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I miei racconti di viaggio:
- Kenya: Diani Beach, Lasciare il cuore in un pugno di sorrisi (dal 04/08/2006 al 19/08/2006)
- Kenya - Diani: Una Mzungu a Ukunda (dal 01/12/2006 al 09/12/2006, e dal 24/12/2006 al 11/01/2007)
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I ragazzi di Diani Beach:
- Ali e Saidi - pranzi e cene a base di aragoste, granchi, pesce etc.
- Anthony e Never Forget Safari
- Devu di Janoland/Janotours & Safaris
- Dicky e Kt-Safaris
- Francis di Wt Safaris, avvistamenti assicurati in savana
- Giovanni (Yusuf) e WT Safaris
- Juma, il capitano vi accompagnerà al reef
- Juma, altro capitano
- Moddy di Dem Boom Tours and Safaris
- Mwinyi e Juma - tutto fare a vostra disposizione
- Salomon e la sua allegria
- Ziggy che lavora per Dicky e Kt-Safaris
Diani Beach, Perché questo blog?
Kenya: Diani/Ukunda - I bambini in Kenya ti vengono incontro di default
E’ il 26 dicembre.
Sono di ritorno da una delle mie solite passeggiate lungo la spiaggia di Diani Beach quando vedo venirmi incontro Sara con in braccio la piccola Queen. Sara l’ho conosciuta a dicembre 2006. E’ capitato per caso. Queen le era sfuggita dalle braccia, mi era corsa incontro concludendo agitandosi come solo i bambini sanno fare e mi ha abbracciata così, di punto in bianco. I bambini in Kenya lo fanno spesso. Ti vedono e decidono che meriti un abbraccio. Senza alcuna ragione.
E dietro la piccola è apparsa Sara, strappandomela dalle braccia e chiedendomi scusa. Io le dissi che Queen aveva fatto una cosa bella per me e che non c’era motivo di scusarsi. Un abbraccio non te lo regalano mica tutti i giorni.
Nei giorni a seguire, e anche al mio ritorno per tutto il mese di agosto le chiacchierate con Sara non potevano mancare. E ora, sono di nuovo qui per ripetere il nostro rituale. Nei giorni scorsi non ero riuscita a incontrarla. Non sapevo che fine avessero fatto lei e Queeny. Nessuno poteva darmi loro notizie perché Sara non è conosciuta da tante persone.
Ma eccole, tutt’e due, mescolate tra la folla di gente venuta sulla spiaggia, davanti al Kim4Love, a festeggiare il Natale. Anche l’anno scorso era stato così. Nei giorni di festa tutta la popolazione locale si era riversata sulla spiaggia a mostrare gli abiti belli e le speranze per l’anno nuovo che si stava avvicinando. Sara e Queeny non potevano mancare. Le riconosco, mi sorridono da lontano e mi vengono incontro. La piccola credo mi venga incontro di default, senza realmente riconoscermi, sempre per quella curiosità innata che hanno i bambini e quella fiducia incondizionata che ripongono sul prossimo. Ha solo due anni. Non può ricordarsi di me. Penso.
Chiedo subito a Sara che fine avessero fatto, come sta Queen e come va la vita. Saluti che in Kiswahili durano la solita mezz’ora in cui le nostre risate echeggiano davanti al Kim4Love. Sara mi dice subito che lei sta bene, ma che Queen ha qualche problema di salute da tre giorni. Sulla pelle le sono comparse delle bolle. E le noto immediatamente appena rivolgo lo sguardo alla piccola peste.
Sara mi dice che non sa cosa siano, che Queeny non riesce a dormire, che si gratta sempre e che dalle bolle perde spesso sangue. Io mi spavento un po’. I miei pensieri vanno subito a quella malattia che è flagello del Kenya e di tanti paesi africani. Penso possa essere Aids. Penso che forse Sara gliel’ha passata. Penso al papà di Queeny che le ha abbandonate dopo aver usato sessualmente Sara senza curarsi di proteggerla dalle proprie malattie.
Sapevo che il papà di Queeny aveva l’HIV e che non mi era mai stato chiaro se Sara l’avesse contratta. Fatto sta che vedendo Queeny in quelle condizioni mi si è spaccato tutto dentro. Dico immediatamente a Sara che dobbiamo andare all’ospedale. Lei mi dice che non ha soldi per pagare l’ospedale. Io le dico che chi se ne frega. Che ce li ho io. Sapevo che visita e prime cure non sarebbero costate più di 30 euro per esagerare.
Sara si lascia andare a qualche lacrima e comincia a ringraziare “mungu” (Dio) per averci fatte ritrovare. “Roberta, è un miracolo che oggi ci siamo incontrate di nuovo. Mungu akubariki (che Dio ti benedica). Non sapevo cosa fare con Queen e le sue bolle.” E continua a piangere e io prendo in braccio Queeny e le dico che domani andremo dal dottore. E comincia a piangere pure lei. Non erano certo lacrime di gioia come quelle della sua mamma. La parola Dawa (medicina) non riscontra successo neanche tra i bambini del Kenya.
Ci diamo appuntamento alle 11 del mattino a Ukunda all’angolo dove c’è l’African Pot, il BookShop e l’internet point.
Le dico di aspettarmi alla fermata del matatu, sotto la tettoia, dove non farà troppo caldo.
Domani è giornata di elezioni qui in Kenya, e noi andremo all’ospedale.
Ritorno all’albergo e incontro Francis e Stefania. Dico loro che il giorno dopo sarei andata all’ospedale e racconto loro del mio incontro con Sara. A volte credo proprio che nelle menti delle persone con cui parlo in albergo, echeggi la frase “ma chi te lo fa fare? Sei in vacanza”.
Chiariamo subito questo fatto. E’ vero, sono in vacanza. Ho preso le ferie dai miei lavori e sono partita per il Kenya. Ma essere in vacanza per me non significa chiudere gli occhi e lasciare che la vacanza scorra senza di me, come per quelli che passano tutto il tempo sul lettino a rigirarsi ogni mezz’ora, senza ricordarsi che sono in un paese africano di cui non stanno conoscendo niente.
Io voglio esserci. E io ci sono.
Io sono curiosa. Io voglio incontrare questo paese, non voglio solo conoscere quelli dell’animazione dell’albergo e poi finire col dire che ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio fare infinite passeggiate con i ragazzi della spiaggia a dire che non sono qui per cercare un uomo e poi dopo due giorni mi dichiaro innamorata persa e ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio andare sulla spiaggia a regalare quei vestiti che mi sono portata dall’Italia a bambini e adulti, insegnandogli che è bene stare li a aspettare il turista generoso italiano piuttosto che andare a lavorare o a studiare, e poi dire che ho preso il mal d’Africa perché i loro visi si sono illuminati d’immenso.
Io non voglio regalare soldi e caramelle ai bambini perché che cosa ne sanno i bambini di come si spendono i soldi, e come possono decidere di conservarli per usarli poi per il dentista?
Mi sono trovata a discutere con diversi turisti per l’atteggiamento spesso ingenuo, spesso lava-coscienza, spesso superficiale che mostravano verso bambini e adulti. “cosa vuoi che faccia una caramella? Ai bambini piacciono i dolci”.
Complimenti. Complimenti, perché ti ho appena spiegato che una caramella gliela dai tu, una quello che verrà dopo di te, e così via, e poi avranno carie grosse così e nessuno che gliele potrà curare, e tu cosa fai? Decidi di dargli una caramella perché non puoi rinunciare a vedere quei sorrisi? E quelli che verranno dopo di te vedranno sorrisi cariati. Complimenti.
Complimenti a quelli che tornano in Italia con un mal d’Africa fatto di vita in villaggio turistico.
Complimenti a quelle donne che parlano di mal d’Africa contagiato dall’animatore o beach boys di turno.
Complimenti a quelli che non mettono il naso fuori dall’albergo quando è in atto un cambiamento enorme nel paese e non si interessano neanche alle aspettative della popolazione locale sul risultato elettorale.
Complimenti all’ignoranza e all’incuranza.
Complimenti a quelli che non hanno mai acquistato un quotidiano locale perché è scritto in inglese.
Complimenti a quelli che si sono lamentati con l’edicolante perché non hanno trovato un quotidiano italiano da sfogliare.
Complimenti a quelli che sono venuti in Kenya per Natale e Capodanno e non sapevano che ci sarebbero state le elezioni.
Vergognatevi. Posso dire solo questo, mentre penso anche che non ho ancora incontrato Moddy da che sono qui. Dato che sarò a Ukunda domani, posso chiedergli di vederci prima del mio appuntamento con Sara. E così dopo uno scambio di sms, ci diamo appuntamento alle 9.30 allo Shopping Center.
Ci siamo. E’ il 27 dicembre e i matatu sono pieni di persone che vanno a votare. Alcuni di loro hanno preso la mattinata libera dal lavoro per andare a Mombasa, a Likoni, a Maweni, a Kwale. Insomma, nei luoghi che hanno lasciato per venire a Diani a lavorare. C’è emozione forte nell’aria e la si respira a pieni polmoni. Tutti sono sorridenti e sanno che finalmente arriverà un grande cambiamento per il paese. Raila Odinga, di etnia Luo, verrà eletto presidente e per il Kenya inizierà una nuova era. Tutti parlano di lui, sui matatu, per strada, ovunque. Sulla costa a sud di Mombasa è praticamente certo che il vincitore di queste elezioni sarà Odinga e che Kibaki andrà a casa senza sedia.
Nei giorni scorsi ho chiesto a tante persone cosa si aspettano da queste elezioni e tutti, con enorme ottimismo, hanno risposto che aspettano un Raila Odinga pieno di energie che porterà al paese la realizzazione di parecchi sogni. In cuor mio so che ogni grande cambiamento ha bisogno di tempo per attuarsi, e anche se sto Odinga verrà eletto, per poter attuare il suo programma elettorale avrà innanzitutto bisogno di risanare la situazione che il signor Kibaki gli lascerà sul groppone. E questo generalmente, ovunque nel mondo, comporta tasse e spese per i piccoli risparmiatori. Ma qui la gente è troppo felice che il paese si trovi a una svolta, non posso permettermi di rovinare le aspettative di nessuno con il mio cinismo.
E così aspetto Moddy allo Shopping Center chiacchierando con gli uomini della sicurezza che stanno di pianta stabile vicino al bancomat. Parliamo in Kiswahili. Oramai ho acquistato una certa padronanza della lingua e posso sostenere una conversazione più o meno lunga con chiunque. E anche le guardie fanno il tifo per Raila. Hanno già votato al mattino presto. I loro mignoli della mano sinistra sono macchiati d’inchiostro. E’ così che votano qui. Lasciando anche l’impronta digitale. Ma c’è poi qualcuno che controlla a chi appartiene quell’impronta? O lo fanno solo perché così, se hai la mano macchiata d’inchiostro, non potrai tentare di votare due volte?
Sono molto emozionata insieme a loro. Auguro il meglio per l’intero paese e concludiamo con “mungu akipenda”. Se Dio vuole.
Parlo con Luo, digo, kikuyu, kamba, samburu e giriama, e tutti mi raccontano di un Kibaki che ha deluso l’intera popolazione e che la necessità di un cambiamento è avvertita da tutti, anche da quelli della sua stessa etnia. Siamo tutti ottimisti. Raila stasera sarà seduto su quella sedia e la grande svolta arriverà, pole pole.
Arriva Moddy con la macchina di un suo amico. Gli spiego il mio programma per la giornata, le parlo di Sara. E mi dice che aspetteremo insieme all’African Pot, così lui farà anche colazione.
Anche il suo mignolo è viola. Segno che ha fatto il suo dovere pure lui. Mi mostra orgoglioso la sua tessera elettorale. Gli chiedo se tutti in Kenya hanno la tessera elettorale. Mi dice che non tutti ce l’hanno, ma che anche se non ce l’hai, ti fanno votare lo stesso. Mi chiedo se sia legale o corretto, ma forse mi faccio sempre troppe domande. Mi chiedo cosa potrebbe succedere se gli iscritti ai seggi sono 100 e vanno a votare in 200.
All’African Pot ci aspettano le solite mosche. Sembra che sapessero che saremmo arrivati. Circondano subito la mia solita Fanta. Non la ordino neanche. La cameriera me la porta perché sa che io bevo o acqua o Fanta. Anche lei ha il mignolo sul bluastro. Inchiostro importante, che segna l’inizio di una nuova era. Io, Moddy e lei scambiamo due chiacchiere sulla giornata che cambierà la storia del paese e ridiamo scherzando su un Kibaki troppo vecchio ormai per reggere le redini del paese.
Ai tavoli vicini ci sono altri ragazzi che ascoltandoci, si uniscono a noi e manifestano lo stesso entusiasmo sulla fine dell’era Kibaki e kikuyu. Noto una cosa che non avevo mai notato prima. Si parla dei kikuyu come fossero la parte marcia del paese. Non era mai successo. Ho sempre visto kikuyu, digo e luo trattarsi come fratelli qui sulla costa. Brindiamo alle 10 del mattino, io con la mia Fanta, Moddy col suo caffè e loro con il passion juice.
Finita la colazione, Moddy mi dice che deve andare al garage di Ukunda perché il pulmino della sua agenzia ha qualche problema e è fermo da un po’ di tempo. E così saliamo di nuovo in macchina e andiamo verso la parte di Ukunda che ancora non avevo mai visitato. A destra dell’African Pot, Ukunda non si chiama più Ukunda, ma Diani. Non lo sapevo. Io fino a oggi sono sempre stata in quella Ukunda che si chiama Ukunda e che all’angolo dell’African Pot sta a sinistra. Felice di esplorare una nuova zona, mi sento quasi in gita scolastica.
A quell’ora la gente è più che attiva in paese. Tutti che camminano e che sicuramente vanno a votare. Anche a Ukunda i seggi elettorali sono ospitati dalle scuole e da qualche altra struttura. Incontro Federico che con orgoglio mi mostra il suo mignolo. Ne avevamo parlato nei giorni scorsi di quanto fosse importante andare a votare se realmente si desiderava esprimere la propria volontà su chi dovesse essere il nuovo presidente. E mi aveva giurato che sarebbe andato a votare. Da lontano vedo anche Ali che sta per prendere un matatu per la spiaggia. Ci salutiamo di corsa e ci diamo appuntamento al pomeriggio per una chiacchierata con Mbete, il direttore della Little Roots Academy, la scuola privata presso la quale, grazie a alcune donazioni ricevute, ho iscritto Ali.
Arriviamo al garage e il meccanico ci offre un chai (tea). Ci sediamo sotto il sole cocente, io sudata come al solito, a bere un chai caldissimo. Tutto in clima con quel che sta accadendo nei seggi. L’esito dello spoglio dei voti avrebbe scaldato in qualche modo gli animi nei giorni a seguire, qualunque sarebbe stato il risultato.
Sono felice di essere qui proprio ora che nel paese che amo forse le cose cominceranno a migliorare. Non si può fare a meno di parlare di politica con tutti. E anche con il meccanico è inevitabile. Il pulmino passa in secondo piano.
In tutto questo parlare non ho dimenticato Sara e chiedo a Moddy di riaccompagnarmi al luogo del mio appuntamento. Salutiamo, ringraziamo per il chai e andiamo.
Sono quasi le 11 e Sara ha ancora tempo per arrivare. Spero abbia fiducia in me e abbia creduto che io sarei venuta a aspettarla. D’altronde, perché avrei dovuto mentirle e prometterle di aiutare la piccina se non ne avessi avuto reale intenzione? Che scherzo crudele sarebbe stato?
Aspettiamo sotto al sole perché sotto la tettoia è pieno di gente che aspetta il matatu.
Sono le 11.20 e tempo e persone continuano a scorrere senza grosse novità. Infinite dita blu e violastre passano davanti ai miei occhi. Di Sara ancora nessuna traccia.
Ma eccola che corre con Queeny legata a sé dal solito kanga. Ci abbracciamo. Siamo tutte e due sudatissime. Non perdiamo tempo a salutarci. Lascio Moddy con la promessa di sentirci presto e corriamo verso l’ospedale.
A volte il pole pole va a finire chissà dove. Mentre corro mi dico che potrei crepare per il caldo che fa. Rallentiamo e parliamo un po’. Sara continua a ringraziare Mungu e mi dice che non ha fatto colazione. E neanche Queeny. E che è un po’ di tempo che Queeny non mangia. O meglio, accetta solo il seno della mamma e non riesce a mangiare il resto. Ha già due anni e Sara oramai non ha più latte da darle. Sono mortificata. Cosa si fa in questi casi?
Mentre chiacchieriamo e camminiamo a passo svelto, di fianco a noi si ferma una macchina. Sara e l’autista parlano in kidigo e io non capisco molto. Ma in pochi secondi mi ritrovo seduta sul sedile posteriore con le mie due compagne. Mi chiedo cosa stia succedendo e chi siano quei ragazzi dentro quella macchina. Ma non oso proferire parola. Penso che sia un taxi e che alla fine dovrò sborsare qualche scellino. E mi dico, vabbé, Sara avrebbe dovuto dirmelo, o quanto meno chiedermi se fossi d’accordo.
E comincio anche a farmi una certa paranoia. E se Queeny non stesse poi così male e Sara si fosse messa d’accordo con questi per rapinarmi? Annamo bene annamo. E’ chiaro che per come conosco questo paese, tutto è possibile. Nella mia mente si consolida una certa forma di rassegnazione a quel che sta per accadermi, quando Sara, quasi a leggermi nel pensiero, mi tranquillizza e mi dice: “E’ mio fratello, ci accompagnano all’ospedale. Non devi pagar niente, stai tranquilla”. E Queeny mi sbava sulla spalla, quasi per tranquillizzarmi pure lei.
Arriviamo a quello che Sara fino a quel momento aveva chiamato ospedale. Risulta essere una piccola clinica privata. Detta così uno potrebbe pensare di trovare una certa igiene, un certo aspetto, una certa pulizia. Ma l’unica differenza tra un ospedale pubblico e questa clinica è che qui si paga, per cui c’è meno gente e si riesce a avere le cure nell’immediato. Se fossimo andate all’ospedale pubblico, forse avremmo dovuto aspettare l’intera giornata senza poi arrivare neanche alla visita per Queeny e a sera saremmo tornate a casa senza sapere nulla sulle bolle della piccolina.
Il dottore è molto gentile e è anche simpatico. Mi fa assistere alla visita. Chiede a Sara in Kiswahili se ha i soldi per pagare e rispondo io, sempre in Kiswahili. Mimi nikupe pesa, usijali. Ti do io i soldi, non preoccuparti. Si stupisce e mi sorride. Sara con un certo orgoglio gli dice che siamo amiche. Queeny gioca con i miei capelli, mentre il dottore spiega che bisogna farle un’iniezione. Quelle bolle sono dovute a una malattia che si prende tramite l’acqua che loro bevono. Ha detto il nome, ma era in kiswahili e non l’ho capito. Ma anche se me lo ricordassi, non saprei dire che malattia fosse. Ma chi se ne frega, l’importante è che il mio peggior timore fosse infondato.
Ad ogni modo, iniezione significa che bisogna distrarre Queen dalla vista della siringa, perché se la vedesse, sarebbe sicura lotta e opposizione, e il dottore avrebbe difficoltà a centrare il bersaglio.
Sara ha un’idea geniale. Tira fuori un seno, e la piccola, giustamente affamata, ci s’attacca a ventosa. E’ il momento giusto per colpire senza essere visti. Pic? Pic un corno. La bambina emette uno strillo acuto da spaccare i timpani. E’ chiaro che capisce di essere stata ingannata. Nel seno non ha trovato latte e per di più è stata attaccata alle spalle. I bambini sono intelligenti.
Io e Sara iniziamo una serie di “Pole” (mi dispiace) per calmare la bimba. Ma non riusciamo a trattenere le risate per quanto è stata buffa l’espressione di Queeny quando s’è resa conto d’avere un ago infilato sulla chiappa. Sara dovrà riportare la bambina nei tre giorni a seguire per altre iniezioni. E poi, su garanzia del dottore, starà bene. Paghiamo 2000 scellini. E andiamo via.
Sara prosegue una serie di ringraziamenti a Mungu e a me iniziati il giorno prima, e camminiamo alla ricerca di un matatu che mi riporti a “casa”. Decido di lasciarle qualche scellino per la colazione, per il pranzo, per i giorni a seguire, perché Sara è sola e Queeny ha bisogno di un’alimentazione regolare. Sara mi promette di portarmi la bambina quando starà meglio, così la farò giocare come al solito. Dice che Queeny si diverte molto quando è con me. E lo so, perché anche io mi diverto molto. Ci infariniamo come cotolette sulla sabbia e poi contiamo fino a 10 prima di correre a lavarci. Lei lava me, io lavo lei.
Il fratellino gemello di Queeny morì tra le braccia di Sara di malaria e di mancanza di soldi per le cure. Sara quella notte era da sola e pensava che non aveva neanche un posto dove seppellire il corpicino del suo bimbo. Questo è Kenya. Questa è Africa.
Kenya: Diani/Ukunda - I bambini di Magutu
A Magutu, una delle tante frazioni di Ukunda, vive una donna che si prende cura di circa 12 bambini rimasti orfani per le ragioni più disparate. Se vai a Diani Beach e vuoi fare qualcosa di concreto per questi bambini, chiedi a Mohamed (Dino) di portarti da loro. Vai con lui a comprare scorte di cibo e chiedi a questa donna cos'altro puoi fare per loro.
Un bambino in Kenya ha bisogno delle stesse cose di cui hanno bisogno i nostri bambini occidentali. Ma la cosa più importante è l'istruzione. Se ti sentirai di prenderti cura di uno dei bambini di Magutu, potrai decidere di iscriverlo a una scuola privata. Le pratiche da sbrigare non sono tante, per cui non toglierai del tempo prezioso alla tua vacanza, tutt'altro, regalerai un futuro a un bambino.
Kenya: Diani/Ukunda - Elezioni 2007, Parole da Ukunda
Ukunda: il giorno dopo l'annuncio di un Kibaki vittorioso su Raila Odinga, la gente commenta il risultato elettorale
Parte 1
Kenya: Diani/Ukunda - Una scuola migliore per Ali
04/09/2007
Cerco aiuto.
Ali è un bambino di 14 anni che ho conosciuto a Diani Beach, in Kenya. Va a scuola come tanti bambini della sua età. Frequenta la primary school. Si tratta di una scuola pubblica.
Le scuole pubbliche in Kenya sono strapiene, le classi sono formate da 60 bambini e i maestri non possono garantire un buon livello di istruzione con classi così piene. La scuola pubblica è gratuita per i primi 8 anni (primary school) e a pagamento per i 4 anni successivi (secondary school).
Voglio che Ali vada in una scuola privata di Ukunda. Si chiama Little Roots Academy. E' considerata, da buona parte degli abitanti del villaggio, come la scuola privata migliore di Ukunda.
Mi è capitato di visitarla più volte, sia per accompagnarvi altri turisti, sia per aiutare un'altra ragazza italiana che ha iscritto un altro Ali(2) proprio nel mio ultimo mese di permanenza li. Si occuperà dell'istruzione di Ali(2) fino al termine della secondary school e penso si attiverà anche lei per una raccolta fondi per sostenerlo a distanza.
Vorrei fare la stessa cosa per il mio Ali, e è qui che entri in gioco tu, lettore/amico/chiunque legga queste righe.
Oggi è stato il primo giorno di scuola di Ali (2) e vorrei, entro brevissimo tempo, raccogliere i soldi per poter mandare a scuola anche il mio Ali.
Un anno scolastico alla Little Roots Academy, comprensivo di tassa di iscrizione, divisa scolastica, assicurazione medica, un pasto tutti i giorni, un pullmino che accompagna i bambini a scuola e li riporta a casa a sera, costa sui 250/300 euro.
I libri, le scarpe, i quaderni, le penne, lo zainetto, le calze, il golfino per l'inverno e qualche accessorio saranno a parte.
L'anno accademico è diviso in trimestri. Da settembre a novembre (dicembre vacanza), da gennaio a marzo (aprile vacanza) e da maggio a luglio (agosto vacanza). Nei mesi di vacanza, sono previste due settimane di corsi intensivi che aiutano i bambini a migliorare ulteriormente la loro istruzione. Ogni tre mesi sono previste prove d'esame. Le due settimane di corsi intensivi e le prove d'esame sono a pagamento (costi non inclusi nella spesa iniziale).
Chiedo, si chiedo, perché chiedere non costa niente, un euro a testa. Uno a te, e uno ai tuoi amici, per poter permettere a Ali di andare a scuola con Ali(2) e avere la speranza di un futuro migliore.
In questo momento alla scuola pubblica Ali frequenta la classe Quinta. Per capirci, la primary school in Kenya è fatta di 8 classi e la secondary school di 4.
Se Ali venisse iscritto alla Little Roots Academy, dovrebbe sostenere un test d'ingresso e probabilmente, dato il livello superiore della scuola, verrebbe rimesso in quinta. Per cui frequenterebbe la Little Roots per 8 anni (4 di primary e 4 di secondary). E per questi 8 anni avremo tolto un bambino dalla strada facendolo mangiare ogni giorno.
Chi volesse verificare l'esistenza della scuola stessa, chi volesse fare qualche donazione indipendentemente dal mio Ali, chi volesse contattare questa scuola per un qualsiasi motivo, questo è l'indirizzo e-mail del direttore: mbetes@yahoo.com
Sarà lieto di spiegare come funziona l'iscrizione e il pagamento della scuola a distanza per un qualsiasi bambino di Ukunda e del distretto di Kwale.
L'indirizzo della scuola è questo:
The Little Roots Academy Ukunda,
Near Mascrape PO Box 6,
Ukunda
Tel: 0722-558284
Director: Mr. Salim Swaleh Mbete
Chi volesse aiutarmi con Ali e eventualmente con altri bambini che conosco a Ukunda, questo è il mio indirizzo email:
tuppa@libero.it
Se vi state chiedendo se non mi vergogno a fare una richiesta del genere tramite il mio blog, la risposta è no, non mi vergogno di chiedere una mano quando ne ho bisogno.
Qui sopra una foto di Ali e me.
06/02/2008 - AGGIORNAMENTO SITUAZIONE ALI
Nel periodo di Natale e Capodanno sono stata nuovamente in Kenya. Ho rivisto Ali. L'ho trovato bene, in salute e con dei buoni risultati a scuola.
Ho portato alla Little Roots gli ultimi soldi arrivati per la sua istruzione e siamo arrivati a coprire le spese fino alla fine del 2009.
Ci sono stati però dei problemi. Ho trovato Ali molto confuso sull'idea che ha maturato di quel che la gente ha fatto per lui.
Qualcuno dall'Italia, qualcuno che lui ha conosciuto in Kenya, gli ha messo in testa che io mi stessi tenendo i soldi che la gente ha mandato per la sua istruzione. Ho fatto molta fatica a ricondurlo alla ragione. Gli ho spiegato per bene che se io mi fossi tenuta i soldi, lui non avrebbe avuto alcuna possibilità di sedere su quei banchi della Little Roots e studiare insieme agli altri bambini. Questo perché in quella scuola non si può studiare se non si paga.
Ho sofferto molto nel sentirmi accusata di una cosa simile. E mi chiedo come possa esserci gente tanto cattiva da porsi tra me e un bambino che vive così distante e per il quale mi sono impegnata moltissimo affinché avesse almeno una buona istruzione.
Ali mi ha detto: "Vedi, tu mi mandi a scuola, ma la mia vita non cambia". Il senso di questa affermazione è, ok, mi aiuti per il futuro, ma in questo momento a casa mia alla sera non c'è molto da mangiare.
E io gli ho detto che so che ci sono altre persone che lo aiutano economicamente per quel che va al di là della scuola, per cui io mi occuperò della scuola e nient'altro, e quelle persone continueranno a aiutarlo con il resto.
Si deve ritenere più che fortunato a ricevere aiuti da più parti. Ma come tutti gli esseri umani, neanche Ali si accontenta e pensa di aver diritto a tutto e subito. E così mi ha detto anche "gli italiani hanno mandato i soldi per la scuola... tu cosa hai fatto?"
Son state pugnalate belle forti. Inutile dirgli che anche io ho fatto la mia parte. Inutile dirgli che se non mi fossi occupata io di parlare con il Direttore della scuola e con Juma Mwahaya che ci ha aiutati fin dall'inizio, nessuno della sua famiglia avrebbe sbrigato le pratiche burocratiche. Inutile dirgli che se non avessi chiesto i soldi tramite questo blog, nessuno li avrebbe mandati e nessuno avrebbe saputo di questo bambino che un tempo voleva realmente studiare alla Little Roots Academy di Ukunda in Kenya.
Per qualche giorno, mentre ero li, abbiamo avuto diversi scontri, con me che cercavo di fargli intendere quanto fosse importante accogliere a braccia aperte l'occasione che gli era piovuta dal cielo, e lui che chiedeva dei regali e soldi alla prima occasione. Io gli ho detto chiaramente che da me non avrebbe avuto altro se non l'istruzione. Il resto gli arriverà comunque da tutte le altre persone in Europa con cui è in contatto.
E' stato un po' difficile ristabilire un rapporto di fiducia.
Si, perché vuoi che è nel periodo dell'adolescenza, vuoi per la cattiveria di chi gli ha insinuato nella mente il dubbio che io fossi disonesta, vuoi per il paragone tra me che lo mando a scuola e gli altri che gli mandano regali e soldi, vuoi per la difficoltà linguistica dovuta al mio e al suo inglese non proprio buoni, vuoi per la mia rigidità in fatto di regalare cose fini a sé stesse, vuoi par questo quello e quell'altro motivo, ci siamo scontrati parecchio.
Ma grazie a queste discussioni, credo che lui abbia capito molte cose.
Tante certo non le approvava, tant'è che diceva ai miei amici che io sono troppo severa e non sono mai d'accordo con lui.
Mi sono sentita come forse si è sentita mia madre tutte le volte che mi sono impuntata contro le sue direttive. Impotente. Ma con la voglia di far capire quali a mio avviso fossero le basi per un futuro migliore.
Ci siamo lasciati bene. L'ultimo pomeriggio trascorso insieme sulla spiaggia, dopo una visita alla sua abitazione, è stato davvero bello, tra rutti e risate. Ho visto dove abita, una tettoia fatta di tre mura, un letto matrimoniale e una poltrona. Un'intera parete manca.
Da qui ho capito molte cose sulla rassegnazione con cui spesso parla della vita a Ukunda. E sulla sua voglia di avere tutto e subito, perché non è che abbia mai avuto molto.
La distanza ha fatto il suo lavoro e Ali è di nuovo alla mercé di sè stesso e di quel che gli sembra più giusto per lui secondo messaggi sbagliati che arrivano da chi gli regala in continuazione cose senza intuire minimamente il danno enorme che sta provocando in questo ragazzo.
In questo momento il Kenya non sta vivendo una situazione facile. E sulla costa i turisti italiani, a causa degli scontri dovuti ai risultati elettorali, si recano in minore quantità nel paese. E la nostra "generosità" viene a mancare. E viene a mancare anche l'interesse a pensare a un futuro migliore che si perde nel caos degli scontri, dell'aumento dei prezzi, della benzina che non arriva, del cibo che non è più reperibile come prima.
Ali da poco più di una settimana ha deciso di non andare a scuola. Dice che andrà alla scuola pubblica perché alla Little Roots Academy ci sono troppe regole, che per poter andare avanti dovrebbe raggiungere un punteggio di 400 marks negli esami e che non si sente di continuare. Gli ho detto che se non torna alla Little Roots, tutti i soldi che sono stati versati per lui, verranno girati a un altro bambino. Lui sostiene che quei soldi sono suoi e che io non posso decidere cosa farne. Gli ho detto chiaramente che quei soldi sono soldi che la gente ha mandato a me per un bambino che aveva voglia di impegnarsi seriamente in una scuola privata, la migliore di Ukunda.
E quel bambino era lui. Ma ora non lo è più perché lui ha smesso di lottare, di desiderare un futuro migliore e di volere studiare come si deve, con regole e con qualcuno che lo tiene d'occhio, che è accorto e presente e lo riporta sulla retta via quando sbaglia.
Ha anche detto che se tornasse a scuola i maestri forse lo picchierebbero. Gli ho detto che Juma l'accompagnerebbe e farebbe in modo che questo non accada. Settimana scorsa Juma l'ha chiamato per incontrarlo venerdi insieme a suo padre (quello sposato con altra donna e che ha rifiutato di prendersi carico di Ali dopo la morte di sua madre).
All'appuntamento Ali non si è presentato. Ieri finalmente si sono visti. Ali ha detto a Juma che vuole andare alla scuola pubblica. Ho detto a Juma di dire a Ali che se lunedì prossimo (11 Febbraio 2008) Ali non sarà alla Little Roots, gireremo i soldi a un altro bimbo che ho già iscritto in Little Roots insieme al mio amico Enzo.
Chiedo, a quelli che di voi hanno donato parte dei soldi per Ali, se sono d'accordo al fatto che usi quei soldi per un altro bambino, che ha un padre che lo segue e che purtroppo non può permettersi di pagare la scuola privata.
Sono molto triste. Spero che Ali torni alla Little Roots. Gli ho anche detto che se lui torna alla Little Roots, farò in modo di raccogliere fondi anche per la sua sorellina, così andranno insieme. Ma se rinuncerà per sé, rinuncerà anche per la sorella. So che questo è un vero e proprio ricatto morale, ma io ci tengo che lui sia seguito dai maestri della Little Roots, e sto tentando davvero tutti i modi.
Ribadisco, se lunedì lui non andrà a scuola, il suo messaggio sarà chiaro e esplicito.
Se qualcuno di quelli che lo ha incontrato a Diani mi sta leggendo, aiutatemi a fargli capire l'importanza della rinuncia che sta facendo. E chi ha intenzione di usare questo post come un'arma per fargli credere che lo sto denigrando qui in Italia, si faccia un'analisi interiore e smetta di ostacolare in questo modo la crescita di un bambino.
L'istruzione, quella buona, è l'unica via che può portare a una possibilità di salvezza in un paese africano. E ora in Kenya più che mai. (ndr. riferimento alla situazione post-risultato elettorale)
12/02/2008 - Ricevo Mail da Juma Mwahaya, il ragazzo che si è occupato fin dal principio dell'iscrizine a scuola di Ali e di tutte le pratiche burocratiche:
Hallo Robi, I am very happy for having this opportunity to pass this missive through this media of communication I hope you are doing well with the illness. I received your SMS at night but I had nothing in my mobile (credit) I had a meeting with Mbete and Ali's father we solved the problem, and Ali has to be in the classroom as from tomorrow therefore the problem was just a punishment as it was before. He lucks discipline and has to be punished!! We hope as from now and as he had promised things will be good for his better future. I wish you all the best and a quick recovery. A big hug. Juma
15/02/2008
Dunque Ali per ora è tornato a scuola. Spero vivamente che ci resti almeno fino alla fine della Primary school (fine del 2009).
Stamattina ho ricevuto un sms da Juma in cui rispondeva a una mia precisa richiesta:
"Jambo Robi. How are you now? Here everything is ok and the boys are well and going to school as usual. I told Mbete all about and he accepted to write you an e-mail and tell u about the boys. Kiss n hug.Juma"
Avevo chiesto a Juma di chiedere a Mbete (il direttore della Little Roots) di mandarmi una mail settimanale sull'andamento scolastico dei bambini che sono iscritti alla Little Roots grazie a persone che ho incontrato e ho portato li, e perché no, anche grazie a me, in modo da poter tenere tutti aggiornati sulla loro situazione scolastica. Speriamo bene. Per ora sono felice.
03/03/2008
Sabato mattina ho ricevuto un sms da Juma in cui mi diceva che Ali non sta andando regolarmente a scuola. Ci va quando vuole insomma. Bene, mi sono arrabbiata e non poco.
Ho mandato a Ali questi sms:
"Hi Ali, how are you? What's happening again? Why are you not going to school every day? I told you if you don't want use the opportunity that people gave you in the best way, you can't go to that school. If you go every day it's ok, but if you don't go, I'll tell Mbete to use the money for someone else. So, I Know you're not going every day. I'm very angry. You're playing with me and with your life. And with everyone. Do you want go down the beach? Ok, be a beach boys!
I'll give an opportunity to someone that wants really change his life and studies every day. You've lost your second chance Ali. I tried to trust you a second time, you went to school on wednesday and not on Monday as I said, but I was happy. Now I know you're not going daily. So, from monday, you're free.
It wasn't a prison, but you thought as it was. Ok, You're free to go down the beach and ask money to tourists for the rest of your life. Good Life. Rob"
Scusate il mio inglese, ma è quel che è.
E poi ho mandato a Juma i seguenti sms:
"I've sent 2 sms to ali saying that he has lost his chance because he's playing with his life. If you can, tell Mbete I don't want Ali will be accepted at school from monday. I want that every money I sent for him, will be used for Jaffar. I'm sure of this decision. Ali doesn't really want change his life. Ali wants be a beach boys. Ok, let him be like that. I told him that from monday he's free to go down the beach and ask money to tourists till the end of his life.
Mbete can read this sms. I'll explain everything in my letter that I'll give to my friend Jessica (she's coming on wednesday at Diani Beach). But on monday Ali will be out from Little Roots. I'm sad and angry, but even tired of his behavior. I know I'm not his mother but I wanted the best for him as a mom wants for her kid. But he didn't appreciate. Maisha. Big kiss. Rob"
E così da oggi voglio che Ali sia fuori dalla Little Roots. Jaffar ha 5 anni. E' figlio di Juma. E sono sicura che Juma lo seguirà passo per passo nel suo percorso scolastico.
31/03/2008 - Jaffar sta andando a scuola tutti i giorni e in questa settimana avrà i suoi primi esami. Juma, il suo papà, è molto orgoglioso di lui e anche io lo sono. A 5 anni ha la possibilità di percorrere una strada differente da quella degli altri bambini. E un giorno si renderà conto di avere avuto una grande opportunità.
Clicca qui per leggere i commenti di chi ha accettato di devolvere il denaro che in principio era stato raccolto per Ali, al piccolo Jaffar e alla sua istruzione.
Kenya: Diani/Ukunda - Juma Mwahaya e il suo reef
Juma lavora al Diani Sea Resort. Non è un beach boys, ma lavora per commissione in hotel e fa parte dell'equipe che organizza le escursioni al reef con la barca dal fondo di vetro. Lavorare per commissione significa che se ha qualche cliente, guadagna, altrimenti torna a casa senza soldi.
L'ho conosciuto nell'agosto 2007 in un'occasione particolare. Una mia amica ha conosciuto Ali, il suo cuginetto e ha deciso di pagargli l'istruzione fino al termine della secondary school. Juma ha aiutato me e la mia amica con tutte le pratiche per l'iscrizione alla scuola di Ali.
Al mio rientro in Italia mi ha aiutata per tutte le pratiche per l'iscrizione a scuola del MIO Ali. E ancora oggi è lui che mi tiene aggiornata su ogni particolare riguardo i due bambini.
Juma è un ragazzo straordinario e posso assicurare che ci si può fidare di lui ciecamente. Spero che questo spazio lo ripaghi di tutta la sua bontà e generosità con cui mi ha aiutata senza MAI chiedere nulla in cambio.
Vi porterà al reef con la barca col fondo di vetro, vi mostrerà le bellezze del fondale marino di Diani e sarà a vostra disposizione per qualsiasi necessità.
Juma parla inglese. Mandategli un sms o scrivetegli una mail. Ditegli che vi manda Roberta. Sarà felice di accogliervi al vostro arrivo a Diani e di farvi anche da guida per le vostre escursioni extra, per Ukunda e dintorni.
Ecco i suoi recapiti.
Email: jmwahaya@yahoo.com
Cellulare: +254735225044
Kenya: Diani/Ukunda/Makongeni - Mohamed e Rafiki Kenia Foundation
Ho conosciuto Mohamed a agosto 2007. Passeggiava lungo la spiaggia di Diani con la sua maglietta azzurra di Rafiki Kenya Foundation. La prima cosa che mi è venuta in mente quando l'ho visto è stata: "voglio anche io quella maglietta!"
L'ho fermato, abbiamo iniziato a chiacchierare e lui ha cominciato a parlare dell'associazione. Mi ha detto che lui personalmente stava cercando di raccogliere fondi per dare un letto ai bambini di Makongeni. La cosa mi è sembrata subito interessante, ma in un primo tempo ho pensato fosse la solita bufala di quelli che cercano di raccogliere soldi lungo la spiaggia facendo appello a associazioni fittizie o scuole fittizie per cui collaborano.
Ma poi ascoltandolo, una vocina nella mia testa mi ha spinta a chiedergli di portarmi alla sede dell'associazione così avrei verificato di persona che le sue parole corrispondessero a realtà.
E la mia nuova amica Germana ha deciso di seguirmi. Solo verificando l'esistenza dell'associazione avremmo seriamente dato un contributo.
Con la nostra richiesta pensavamo di mettere in difficoltà il presunto truffatore, e invece lui ha accolto immediatamente la nostra richiesta chiedendoci quando saremmo state disponibili a andare con lui.
E così un giorno abbiamo preso il matatu e via, direzione Makongeni.
L'associazione esiste, lavora seriamente per il villaggio e la sua comunità e nel nostro piccolo abbiamo contribuito. Quando l'associazione riesce a comprare un letto, viene riunito tutto il villaggio e vengono chiamati a raccolta tutti i bambini. Il nome di ogni bambino viene scritto su un pezzetto di carta e ogni pezzetto viene messo in una scatola.
Viene chiamato un bambino che estrarrà uno dei bigliettini. Il nome del bambino contenuto nel biglietto estratto, è un nome fortunato perché quel bambino si porterà a casa il letto nuovo.
Guardate il video qui sotto:
Cari tutti, se dunque vi capita di incontrare Mohamed lungo la spiaggia di Diani Beach, ascoltate quel che ha da dire in merito al villaggio di Makongeni, e non abbiate timore a andare con lui a visitare il villaggio e la sede di Rafiki Kenia Foundation. L'associazione esiste e è seria e basta un piccolo contributo per dare un grande aiuto.
Ecco i dati dell'associazione:
sito web: www.rafikikenia.nl
email: contact@rafikikenia.nl
Scarica la brochure cliccando qui
Presidente: Juma Bakari Sefu
indirizzo: Rafiki Kenia Foundation - PO Box 2454 (80100) - Mombasa, Kenya
Phone: +254733198871 o +254735568596
Ufficio di Rafiki Kenia Foundation: in Makongeni Village
Kenya: Diani/Ukunda - Baobab Beach Resort - Razzie di cibo in hotel
Il video parla da sé:)
Diani Beach, Devu - Collabora con Janoland/Janotours & Safaris
Guarda il video qui sotto!
Devu collabora con l'agenzia locale di Diani che si chiama Janoland/Janotours & Safari. E' una collaborazione che non gli occupa tutta la giornata in quanto lavora come cameriere presso un hotel della zona di Diani Beach. Per poter aiutare la sua famiglia si è dovuto adattare alle leggi di mercato e alla famosa flessibilità, la stessa che porta me a fare almeno 3 lavori qui in Italia.
E' l'uomo dai mille contatti. Potrà accompagnarvi a Ukunda dal sarto per farvi confezionare un abito in stile africano. Se vorrete mangiare cucina locale o piatti a base di pesce e aragoste, lui ha i contatti giusti e affidabili.
Devu vive in una zona di Ukunda dove alcune case non hanno neanche il tetto. E ogni tanto, quando le sue finanze glielo permettono, da una mano ai suoi vicini di casa.
Lo stipendio medio di un cameriere è sui 60 euro mensili. E' per questo che, nonostante il lavoro in albergo, Devu ha scelto di collaborare anche con Janoland, in modo da poter arrivare a fine mese senza l'acqua alla gola e da poter dare una mano a sua sorella che ha un bimbo e nessun compagno che l'aiuti.
Il bimbo della sorella di Devu ha ora 5 anni e dovrebbe cominciare la primary school a Ukunda. Con i guadagni che otterrà dai contatti che riceverà tramite questo blog, Devu potrà mandare suo nipote in una scuola privata e permettergli di avere un'istruzione adeguata. La scuola pubblica in Kenya è sovraffollata e i maestri non riescono a seguire tutti i bambini nel modo migliore. E' per questo che Devu si impegnerà per avere il meglio per il suo nipotino.
Sappiate dunque che contattando lui per le vostre escursioni, aiuterete anche un bimbo a avere un futuro migliore.
Devu non parla italiano, ma non vi preoccupate, si farà capire benissimo.
Mandategli una mail o un sms prima del vostro arrivo a Diani Beach, ditegli che vi ho dato io i suoi riferimenti e state tranquilli che non vi deluderà.
Qui Devu si presenta da solo. Mentre facevo il video m'è venuta la stupidera e non riuscivo a frenare le risate. Scusatemi!:)
Il suo numero di cellulare è: +254723427426
La sua email è: mohdevu@yahoo.com
Diani Beach, Dicky - Kt-Safari è la sua agenzia
Dicky è il boss dell'agenzia Kt-Safari.
E' una persona squisita che si ingegna per trovare le soluzioni più adatte a tutte le vostre esigenze. I prezzi che trovate sul sito sono tutti trattabili. Un buon prezzo per un safari di due giorni allo Tsavo Est resta sempre tra i 140 e 150 euro. Trattare è un obbligo, con lui e con tutti gli altri.
Dove trovarlo? Lui generalmente sta in agenzia, ma sarà sufficiente contattarlo un giorno prima della vostra partenza con un sms e si farà trovare di fronte al vostro albergo. Non sarà difficile trovare per la spiaggia i suoi ragazzi, sempre al lavoro e a caccia di turisti.
L'agenzia Kt-safari devolve parte dei suoi guadagni a una scuola che si trova in una zona poco raggiungibile dal turismo di massa e per la quale sono necessari gli stessi aiuti che siete soliti portare nelle scuole di Ukunda, più facili da raggiungere e più note. Per cui se vi affidate a Dicky, farete anche un'opera di bene.
Il 21 agosto 2007 io e alcuni amici siamo andati a visitare questa scuola. Guardate i video qui sotto. A breve verranno pubblicati gli altri:.
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 1 PARTE)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 2 PARTE)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 3 PARTE - La scuola)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 4 PARTE - Gli abitanti di Kidongo)
Kenya: Diani/Ukunda - E questo è Dicky che racconta di Kt-Safaris
Ricordate di segnalare nel vostro sms che il contatto l'avete avuto da Roberta.
Scrivete in inglese.
Il suoi numeri di cellulare sono:
+254720831201
+254734461512 (questo lo usa più spesso)
e-mail: ktsafaris@yahoo.com
Kenya: Diani/Ukunda - Moddy di Dem Boom Tours and Safaris
Mohamed, Moddy per gli amici, nell'estate 2007 ha aperto la sua agenzia di safari e escursioni a Diani Beach, in Kenya. L'agenzia si chiama Dem Boom Tours e Safaris e si trova vicino al King's, in quella serie di nuove costruzioni dove presto altre agenzie locali si trasferiranno.
Moddy viene da un'esperienza passata come autista e guida turistica per conto di alcune agenzie locali, e finalmente quest'anno è riuscito a mettersi in proprio.
La sua agenzia organizza safari anche fuori dal Kenya, in Uganda, Rwanda e Tanzania.
I prezzi offerti sono competitivi ma in ogni caso consiglio a chi si accinge a fare una vacanza a Diani, di farsi fare un preventivo da più agenzie e poi scegliere quella che ispira maggior fiducia in termini di qualità/prezzo.
Contattare Moddy è facile. Sarà sufficiente mandare un sms dall'Italia o direttamente sul posto e lui si presenterà al vostro albergo per raccontarvi cosa la Dem Boom Tours and Safaris può fare per voi.
Cellulare: +254721625747
Kenya: Diani Beach, Ukunda, Makongeni - Jambo Bwana
Jambo, jambo bwana, habari gani, mzuri sana.
Wageni, wakaribishwa, kenya yetu hakuna matata. (2x)
Jambo, jambo bwana, habari gani, mzuri sana.
Wageni, wakaribishwa, kenya yetu hakuna matata. (2x)
Kenya nchi nzuri, hakuna matata
Nchi ya kupendeza hakuna matata.
Nchi ya maajabu hakuna matata.
Nchi yenye amani, hakuna matata.
Hakuna matata, hakuna matata.
Hakuna matata, hakuna matata.
Jambo, jambo bwana, habari gani, mzuri sana.
Wageni, wakaribishwa, kenya yetu hakuna matata. (2x)
Jambo, jambo bwana, habari gani, mzuri sana.
Wageni, wakaribishwa, kenya yetu hakuna matata. (2x)
Diani Beach, Ali e Saidi: Aragoste, granchi e pesce a volontà
Guarda video qui sotto!!
Questi sono Ali e Saidi. Cosa possono fare per voi? Se vi piacciono le aragoste, i granchi e il pesce, ecco due persone che si adopereranno per organizzarvi pranzi e cene succulente. A aragoste, granchi e pesce si aggiungono riso e frutta a volontà. Dove si mangia? Vi porteranno al villaggio dei pescatori. Vi daranno appuntamento al cancello del vostro Hotel, verranno a prendervi puntuali come un orologio svizzero (strano a dirsi per i famosi tempi Kenyoti, ma è la verità!!), e con un matatu vi porteranno a cena. Il posto dove mangerete è molto semplice, non sarà un ristorante di lusso, ma il cibo è cucinato bene, e è di ottima qualità.
Un buon prezzo? 1200 scellini. Le bibite non sono comprese. E a questa somma dovrete aggiungere il costo del matatu (25 scellini all'andata, e 25 scellini al ritorno).
Vale anche qui quanto detto per Juma (il capitano). Se avrete bisogno di qualsiasi informazione su come organizzare safari, gite, escursioni, potete chiedere a loro e vi accompagneranno mano nella mano da chi ha un'agenzia o da chi si appoggia a un'agenzia. Ricordate di scrivere nel messaggio che il contatto l'avete avuto da Roberta.
Scrivete in inglese.
Ecco il numero di cellulare di Saidi:
Saidi: +254733620829
Diani Beach, Mwinyi e Juma: Tuttofare a Diani Beach
Guarda il video qui sotto!
Mwinyi e Juma sono due ragazzi in gamba che lavorano a Diani Beach. Si ingegneranno per trovare la risposta a qualsiasi vostra esigenza. Un safari, un'escursione, una gita al reef quando la marea è bassa, una cena a base di specialità locali, un giro tra Ukunda e dintorni? Loro sono le persone che cercate. Sempre sorridenti e disponibili, vi scorteranno per le strade del distretto di Kwale e renderanno i vostri ricordi indelebili nella memoria.
Per l'organizzazione dei safari vi accompagneranno dal titolare dell'agenzia e vi verrà rilasciata regolare ricevuta.
Mwinyi è stato il mio primo studente quando sono arrivata a Diani Beach. Parla un po' di italiano, per cui se avete difficoltà con l'inglese, lui saprà venirvi incontro con poche frasi che ricorderà (mi auguro!!! ahah). Juma non parla italiano, ma la sua simpatia vi travolgerà e riuscirete a capirvi senza problemi. Donne, attenzione, Juma sta cercando una fidanzata italiana. Mi ha chiesto esplicitamente di scriverlo anche sul blog. E detto, fatto:)
E' carino, simpatico, intelligente e bravo. Ma non sta a me dirvelo!
A parte questo, di questi due ragazzi potete fidarvi. Sono davvero disponibili e gentili, i loro sorrisi vi cattureranno e vi accompagneranno per le strade di Ukunda e dintorni.
Se desiderate contattarli, fatelo un giorno prima del vostro arrivo a Diani e loro si faranno trovare di fronte al vostro albergo all'ora stabilita.
Dite loro che avete avuto il contatto da me, Roberta e che ho mantenuto la promessa anche sull'annuncio di Juma :))))
Cellulare: +254710267945
Diani Beach, Mama Simon - Un arcobaleno di parei, kikoi e kanga
Mama Simon lavora vicino al Papillon Lagoon Reef sulla spiaggia di Diani Beach. Si chiama Mama Simon perché il suo bimbo si chiama Simon. A agosto 2007 mi ha praticamente adottata. Mi riempiva di abbracci e baci tutti i giorni e io ricambiavo con tutto il cuore. Vende coloratissimi parei a prezzi davvero buoni. Un giusto prezzo per un pareo è sui 300 scellini. La trattativa è d'obbligo. Si parte dai 600 scellini circa per scendere fin dove riuscite a arrivare. Se ne prendete più di uno allora può darsi che Mama Simon vi faccia un prezzo davvero africano. Si, perché anche quando si tratta di parei, c'è il prezzo mzungu (europeo) e il prezzo africano :) Sappiate conquistarle il cuore e diventerete per lei dei clienti africani :)
Non ha un numero di cellulare né un indirizzo email, ma sarà sufficiente recarvi vicino al Papillon Lagoon e chiedere di lei. Ditele che vi mando io, la sua figlia italiana Roberta.
Kenya: Agosto 2007 - Diani/Ukunda: Un mese e mille cose inconcluse
Sono tornata
Sono di nuovo qui. Qui. Qui dove? Qui dove i piedi sono ben saldi al terreno, dove le giornate hanno ritmi di sei ore in sei ore come le maree, qui dove i bambini sembrano dei piccoli adulti e possono andare liberi per strada rispettati e protetti da tutti, qui dove il sole si sveglia all'improvviso al mattino e se ne va a dormire con la stessa violenza alla sera.
Qui, dove i ragazzi hanno deciso che per sopravvivere ogni espediente è buono, qui dove i miei valori hanno un valore diverso e dove quelli degli altri sono prepotenti e più comprensibili dei miei. Qui, dove quello che per me è immorale o ingiustificato, trova la sua perfetta collocazione e il suo senso in un sistema così diverso dal mio.
Starò qui per quattro settimane. Non mi par vero. Cosa sono venuta a fare ancora una volta qui da sola? Cosa mi ha portata qui e cosa mi ha spinta a decidere di restarci per quattro settimane?
Cosa troverò di diverso da tutte le altre volte? Perché ho scelto ancora una volta il Kenya e soprattutto la zona di Ukunda? Perché non sono andata in Madagascar? Era li che dovevo andare nel 2006, quando invece mi sono catapultata qui, dove la realtà delle cose è ben diversa da quella che un turista che ci sta per una settimana immagina.
Un turista settimanale arriva qui, vive una settimana in albergo, esce una volta, forse due per andare in paese e crede subito che sia paradiso, un paradiso dove la vita è semplice e le giornate sono condite di sorrisi e bambini che regalano gioia. Poi c'è la verità di molte turiste arrivano qui e si innamorano. E tornano a casa credendo che il mal d'Africa sia una sofferenza dovuta alla nostalgia dei luoghi, quando invece hanno solo nostalgia di un ragazzo conosciuto per pochi giorni e che le ha fatte sentire uniche nell'universo.
Il condimento di una vita qui è fatto di ben altro, di amare notti insonni dovute a pasti saltati un giorno si e l'altro pure, di pianti nascosti da donne che dormono così poco eppure sono bellissime e hanno meno rughe delle nostre donne come se il segreto dell'eterna giovinezza stia altrove e non in interminabili dormite, di bambini che si svegliano alle 5 del mattino per andare a scuola a piedi, perché la famiglia non può permettersi di pagare tutti i giorni il bus della scuola o il matatu. Un giovane keniota vuole poter sognare pure lui, vuole poter arrivare a fine giornata con l'idea che ci sia un futuro pure per lui e per la sua numerosa famiglia.
Qui i ragazzi hanno la certezza che altrove, ovunque, purché non si parli di Kenya, la vita sia migliore. E tu, turista dalle mille e una notte, sei una speranza. Una speranza che per loro la vita possa cambiare, grazie a te e ai tuoi soldi.
Mombasa mi accoglie dandomi un pugno sullo stomaco. E' sempre più caotica ogni volta che ci incontriamo. E in periferia si raccolgono le baracche dei più miserabili, quelli che se ti incontrano per strada ti rapinano con un'arma piuttosto rudimentale ma efficace. Si, li ho visti i bambini che ti chiedono tutti i soldi che hai o ti colpiranno con le loro feci che tengono accuratamente nascoste in una mano dietro la schiena. Cosa fai? Ti opponi?
Ho la videocamera puntata sul mondo circostante. Tutto viene catturato nelle mie mini DV e mi rassicuro pensando che una volta in Italia potrò riguardare tutto con l'impressione di essere ancora a Mombasa. I matatu sfrecciano a velocità incredibili, il traffico scorre per un po' e agli incroci si creano ingorghi inevitabili, il disordine regna sovrano tra gente a piedi, tuk tuk e matatu.
Sul mio pullman ci sono persone che sono in Kenya per la prima volta, altre che ci sono state tanti anni fa e la donnina del tour operator. Questa inizia a raccontare quel che deve raccontare, tra raccomandazioni contro i beach boys e la pericolosità di andare in giro da soli. Mi chiedo in base a che criteri vengano scelte le persone che si devono occupare di accompagnare i turisti da Mombasa all'Hotel. Si, alloggerò in Hotel anche questa volta. Non me la sento ancora di avventurarmi in una casa a Ukunda da sola. E credo che non me la sentirò mai per ragioni che spiegherò più avanti. Insomma, questa donnina ha un italiano pessimo, non mostra nessun entusiasmo e amore per il paese, non ha il sole dentro e nel dire che Mombasa è una città multietnica, che "incontreremo persone di tutti i tipi, indiani, africani, kenioti E GENTE DI COLORE", dimostra immediatamente il livello della sua istruzione e cultura.
Non mi piace chi dice gente di colore.
Come non mi piace chi classifica tutte le persone conosciute in Kenya con il termine Beach Boys. Ho sempre odiato le etichette. Lo scorso anno, al mio rientro dal Kenya ho scritto un racconto in cui parlavo degli amici conosciuti a Ukunda. Per il fatto di averne nominati parecchi, la redazione del portale su cui ho pubblicato il racconto, l'ha deppubblicato più volte senza darmi spiegazioni. Poi ho capito che era perché secondo la redazione il mio racconto era pubblicità ai Beach Boys. Ossia, facevo pubblicità ai kenioti? Se si legge attentamente quel racconto, io parlo di amici con cui esco per Ukunda, di studenti a cui insegno italiano, di persone che hanno condiviso con me il mio Kenya. Il problema era forse che erano amici africani anziché europei? Ho vissuto quell'intervento sul mio racconto come un intervento piuttosto razzista. Potevo andare in giro con europei e nominarli senza avere problemi, ma non potevo andare in giro con kenioti e nominarli perché per la redazione tutti i kenioti erano beach boys? E che male c'è ad avere un beach boys per amico? Odio il termine beach boys.
E' come dire negri, o GENTE DI COLORE. Gente di colore, ma come cazzo si fa a dire gente di colore, ragazzi di colore?
Kenioti è così difficile da dire? Africani è così difficile da dire?
I kenioti ci chiamano europei. Se io vado per le strade di Ukunda, sono una mzungu, non una ragazza di colore bianco. E allora che diritto abbiamo noi di chiamarli "ragazzi di colore", "neri"... L'ignoranza mi fa incazzare.
E il discorso sulla malaria che viene sempre fatto su questi pullman dei tour operator, mia fa girare le ovaie vorticosamente ancor di più. La malaria viene descritta come una semplice influenza che non potresti mai prendere perché tu non ti avventurerai mai a Ukunda con i terribili beach boys. Come se la zanzara anophele vivesse solo a Ukunda, e sapesse che arrivata al gate di un Hotel lei non potesse entrare. Ma smettiamola di dire castronerie di questo tipo.
"Zanzare ce ne sono pochissime. Non ne vedo dai tempi dei portoghesi." Ma per favore. Sai, cara donnina, io a maggio ho avuto la malaria. L'ho incubata a dicembre del 2006 e guarda un po', è stata una zanzara keniota a regalarmela. Nell'hotel in cui ho alloggiato di zanzare ce ne erano. Inutile continuare a tentare di nascondere che le zanzare ci sono. Se il Kenya è considerata una zona a rischio malaria, un motivo ci sarà. Continuerò a fare la profilassi e prendermi cura di me ogni volta che ci tornerò.
Caro turista, se scegli il Kenya come meta delle tue vacanze, sappi che corri il rischio di prendere la malaria. Una volta che sei veramente cosciente che puoi prenderla, puoi partire. E smettila di andare sui forum a chiedere quante zanzare hanno contato quelli che sono stati in Kenya prima di te.
E' in base a questo numero che decidi se partire o meno? Te lo dico io quali numeri devi guardare. Ogni anno in Kenya muoiono ancora di questa malattia 34.000 bambini: un numero che rappresenta circa il 90% del totale dei decessi da malaria nel Paese. Assodato questo, puoi decidere se partire o no e se fare la profilassi o no.
Questo penso nel tragitto che mi avvicina sempre di più a Ukunda per la quarta volta. Mi aspetto qualcosa? Niente. Non ho la più pallida idea di cosa troverò. Ecco Ukunda. Ecco l'incrocio dell'African Pot. Ecco i matatu. Ecco la vita che ho lasciato sette mesi fa. Il filmato continua a girare e spengo la videocamera solo quando arrivo nella zona degli alberghi.
Penso che sto per farmi una doccia, e correre in spiaggia a salutare i miei amici. Nessuno sa che sono qui. Nessuno si aspetta di vedermi così presto.
E' il 28 luglio del 2007, le grandi piogge hanno fatto il loro corso e la nuova ondata di turisti porterà tanto lavoro a tutti.
Mi chiedo se i miei ragazzi sono pronti a rimboccarsi nuovamente le maniche, mi chiedo se hanno capito che è giusto che se le rimbocchino anche quando io non ci sono, mi chiedo se è rimasta qualche traccia delle mie lezioni di italiano, se si ricordano ancora tutti di me, se anche loro hanno riservato un posto tutto per me nei loro cuori, così come io ho un posto per ognuno di loro nel mio.
L'albergo è il più bello che io abbia mai visto finora nei miei viaggi. L'accoglienza alla reception è come al solito impeccabile e finalmente incontro quella che sarà la mia "casa" per quattro settimane. Una camera enorme, un bagno enorme, una veranda enorme. E io mi sento così piccola. Mi impossesso degli spazi immediatamente. Disfo la valigia, metto tutto a posto e la camera diventa subito il rifugio che parla di me. Un po' di disordine qua e là. Doccia. Sono pronta.
Nonostante la donnina tour operator ci avesse raccomandato di farci trovare a una certa ora per il brief in cui tale Francis ci avrebbe raccontato la rava e la fava su tutte le escursioni da fare, pranzo al volo e mi lancio di corsa in spiaggia. Di corsa, mi piacerebbe, ma appena incontro gli omini della piscina mi fermo a chiacchierare. Viene fuori che lo staff dell'hotel non parla italiano. E si prenotano per le prime lezioni dei prossimi giorni.
Non mancano le prime avances, e non mancano le mie risposte secche: "non sono qui per trovare un uomo! So bene come funziona qui."
Arrivo in spiaggia. E una nuvola di persone si accorge della mia presenza e faccio lo stesso effetto che una pozza d'acqua fa ai bufali in savana. Si solleva un polverone di gente che inizia a correre verso di me. Sono un po' agitata, ma la felicità che provo è inenarrabile.
(to be continued)
Da Diani Beach, il 4 agosto 2007 decido di andare a Nord di Mombasa per scoprire l'altra faccia della medaglia: Malindi e Watamu.
Malindi
L’avevo deciso quand’ero ancora in Italia. Dovevo assolutamente conoscere Malindi.
Quando lo scorso anno ho scelto Diani come meta del mio primo viaggio in Kenya, l’avevo fatto perché ero sicura che a Diani avrei trovato pochi turisti italiani. Avevo letto parecchio su Internet e Malindi veniva considerata dai più la Little Italy keniota. Io non volevo assolutamente andare in un posto dove avrei dovuto avere a che fare con troppi italiani.
A Diani avrei potuto fare pratica con il mio inglese pessimo, e avrei potuto mettermi seriamente alla prova. Sarei stata in grado di cavarmela con un inglese che fa ridere i polli? Sarei stata obbligata a comunicare in qualche modo e a abbattere tutti i muri della mia timidezza. Si, perché io sono timida, che ci crediate o no.
La conquista di Diani Beach e di Ukunda è stata un successo, e questa zona è diventata ormai casa mia. Quando torno li è come tornare in Sardegna dai miei amici e dalla mia famiglia, ho qualcuno che mi aspetta, e l’accoglienza è sempre piena di abbracci e di affetto.
La mia avversione verso la zona nord di Mombasa era quasi diventata un capriccio. E soprattutto col trascorrere dei giorni mi è sembrato di non volerci andare per non rinunciare al tempo che invece avrei potuto dedicare alla mia Ukunda e ai miei amici. E così, in procinto di partire per la mia quarta volta a Diani, mi sono messa in testa che un salto a Malindi l’avrei fatto. Ho contattato un’amica che vive a Malindi da anni e le ho chiesto se riusciva a trovarmi una camera a pochi euro.
Detto fatto. Avevo prenotato 4 giorni a Malindi per 10 euro a notte. Quando il 28 luglio sono arrivata a Diani e ho fatto la mia solita discesa in spiaggia, mi sono sentita subito in colpa per aver destinato 4 dei miei 28 giorni in Kenya alla scoperta di Malindi e dintorni. I miei amici mi hanno fatta sentire talmente a casa che mi sono sentita egoista nell’aver deciso di lasciarli per quattro giorni.
Ma oramai era fatta. Avevo preso accordi e comunque è giusto quando si va in un paese, cercare di conoscere tutte le facce del cubo. Si, perché il Kenya non è una medaglia con solo due facce. E’ sicuramente un cubo. Come quello di Rubik, che so già fare da quando ero in seconda elementare. E nella mia testa trovavo giusto cercare di fare tutte le facce del cubo del Kenya. Ukunda è come la faccia bianca del cubo di Rubik, è quella che si fa per prima e poi di seguito le altre. Quella di Diani Beach e Ukunda è la faccia che oramai so comporre anche senza guardare. Nei ricordi è tutto talmente nitido che se chiudo gli occhi ti posso accompagnare per le strade di Ukunda senza farti perdere.
Mi metto d’accordo con Anthony. Mi promette che mi metterà a disposizione la sua macchina per andare a Malindi insieme. Lui ne approfitterà per fare visita a sua madre e alle sue sorelle e io mi godrò questa gita fuori porta. Confesso che spero fino all’ultimo momento che Anthony mi dia buca e io sia costretta a rinunciare a questo sacrificio. Si, lo vivo come un sacrificio.
Venerdi 3 agosto mi arriva un messaggio da tale Victor che mi dice che è d’accordo con Anthony per passarmi a prendere alle 7.00 del mattino seguente per portarmi a Malindi. Mi chiedo dove sia Anthony in tutto questo, ma non importa, sono abituata al fatto che è sempre immerso nel suo lavoro e che probabilmente non ha trovato modo di liberarsi per venire con me.
Mi arriva subito dopo un sms di Anthony che mi dice che verrà con Victor e di non preoccuparmi.
Accidenti, allora sto davvero per partire? Io non ci voglio andare. Questo mi dico nella testa. Non ci voglio andare. Ho appena iniziato le lezioni di italiano a Carol e Habiba, e Kalume mi sta aiutando a migliorare il mio kiswahili. No, non ci voglio andare. E mi addormento con questi pensieri.
Mi sveglio presto. Alle 4 sono già vicino alla reception. Perché così presto se l’appuntamento è alle 7.00? Perché alle 4 Claudia se ne andrà. Si, la mia piccola Claudia partirà e voglio abbracciarla ancora prima che vada via.
Le faccio una sorpresa. Lei non s’aspettava che mi sarei alzata così presto solo per salutarla. Ma io gliel’avevo anticipato la sera prima. Non potevo perdere gli ultimi minuti con lei. Li vedo, si, li vedo i suoi lacrimoni pronti a scendere. Ma non si può più fare niente. Lei chiede a sua madre se può restare con me, ma è retorica, non si può. Ci stiamo separando, ma un pezzo di cuore verrà via con te, e un pezzo del tuo resterà qui con me. Questo penso.
L’angelo con le treccine va via e io vado a fare colazione. Ci sono anche Barbara e Thimoty. Gli dico che sono molto triste per la partenza di Claudia e che mi sembra incredibile essermi legata così tanto a una bambina di dodici anni. Quanto mi mancherà.
Per loro si preannuncia una giornata di safari. Faranno solo una giorno perché non si sentono di fare due giorni.
Alle 6.30 sono già al gate dell’hotel e chiacchiero con Thimoty e Barbara. Stanno per andare a Shimba Hills con Solomon. Solomon è in ritardo. Sono preoccupati e temono che Solomon li bidonerà. Io li tranquillizzo dicendo loro che un quarto d’ora di ritardo ci sta anche. Che è tutto nella norma. Siamo in Kenya, tutto pole pole, c’è il fuso orario di 15 minuti.
E infatti ecco che Solomon arriva sul pulmino dell’agenzia per cui lavora e ci illumina tutti col suo sorriso. Loro partono e per me continua l’attesa di una macchina che non voglio che arrivi. Nel frattempo arrivano al gate altri ragazzi che stanno andando chi in safari, chi a Wasini, chi a Funzi. Tra me e me mi dico che vorrei più riandare a Wasini e Funzi che andare a Malindi. Ma oramai ci siamo Roby, devi smetterla di rifiutare che sei in partenza per la zona nord di Mombasa.
Mi rilasso pensando comunque che non vedo l’ora di riattraversare Mombasa e di vedere nuovi villaggi lungo la strada. Mombasa mi fa sempre un effetto Gardaland. Entro e esco sempre scombussolata per tutte le contraddizioni che si incontrano a ogni suo angolo.
E’ l’unico posto dove a volte sembra che non gliene freghi a nessuno che ci sia una mzungu per le vie. La gente comincia a correre anche a Mombasa. Si, la fretta che si vede a Milano, a Mombasa la vedi. Non dappertutto, ma in tanti rioni di Mombasa la gente corre, è in ritardo, e soprattutto è preoccupata di questo ritardo. Non sembra Kenya. Il keniota medio è in ritardo di default e non se ne preoccupa minimamente.
E così mentre penso queste e altre cose, arriva una macchina bianca, alla guida c’è Hamisi, di fianco a Hamisi c’è Victor e dietro c’è Anthony. Mi dico che forse andremo a Malindi in quattro così tutti possono rivedere le loro famiglie.
Salgo in macchina e Anthony mi dice che la notte prima la sua macchina s’è rotta, che quella non è la sua macchina e che per il mio viaggio dovrò pagare 7000 scellini. Mi dice anche che non verrà con me a Malindi perché deve lavorare.
Gli dico subito che gli accordi non erano questi, che lui aveva promesso che mi avrebbe accompagnata personalmente a Malindi senza farmi spendere un centesimo, e che io quei soldi non ce li ho, che mi sto portando dietro solo i soldi per pagare la camera e qualche altro scellino per andare in giro per Malindi e dintorni.
Tra me e me canto vittoria perché è un’ottima ragione per saltare questo viaggio che non volevo fare, però mi arrabbio con Anthony e gli dico che non ha mantenuto la promessa che mi ha fatto, gli dico che di questo viaggio gliene avevo parlato prima che partissi per il Kenya e che tutto doveva essere come da accordi. Infine, gli dico di farmi riportare all’albergo, che non se ne fa più niente.
Hamisi e Victor parlano tra loro in swahili chiedendosi l’un l’altro cosa sta succedendo. Gli rispondo in swahili e gli dico che avevo preso accordi con Anthony che mi aveva garantito che non avrei speso neanche un centesimo e che ero molto delusa perché avrebbe potuto avvertirmi prima. Avrebbe potuto mandarmi un sms la notte stessa dicendomi “Cara Roberta, la macchina è rotta, ti va bene se andiamo con il taxi di Hamisi? C’è da pagare 7000 scellini”. Avrei potuto quindi scegliere di non partire, o comunque avrei almeno potuto trattare sul prezzo che mi sembra eccessivo, dato che qualcun altro mi aveva proposto di accompagnarmi a 2500 scellini.
Allora continuo dicendo loro che voglio che mi riportino indietro. Hamisi e Victor mi guardano e scuotono la testa. Penso tra me e me che stiano pensando “Ah, questi mzungu non sono mai contenti! Ah italiani!” E invece mi stupiscono perché mi propongono di accompagnarmi comunque almeno fino a Mombasa, mi dicono che mi faranno pagare solo 1300 scellini e poi da Mombasa posso prendere il matatu per Malindi. E aggiungono che non vogliono vedermi triste.
Li trovo molto generosi in questa offerta, e ci rifletto su. Penso che comunque loro due si sono svegliati presto per lavorare per me e che sicuramente anche con loro Anthony non è stato completamente chiaro.
E così decido di accettare. Anthony per farsi perdonare mi dice che verrà con me, che manderà qualcun altro all’appuntamento che aveva e che non vuole che io sia delusa da lui. Gli dico che va bene, ma che non si deve comportare così, che se ci sono contrattempi lui deve avvisare sempre le persone con cui prende accordi, sennò queste non si fideranno più di lui. Mi dice che non capiterà più.
E finalmente il viaggio ha inizio. Passiamo per Ukunda. Hamisi deve prima mettere benzina al Taxi. Andiamo al distributore e dopo tutta una serie di saluti a amici che vengono a chiedermi cosa ci faccio li a quell’ora, mi rilasso guardando la mia Ukunda.
La mattina Ukunda è proprio bella. Le scuole sono finite e i bambini sono per strada. Le mosche sono ovunque e la gente sta sulla porta dei bar perché dentro fa veramente caldo. Salutare chiunque è d’obbligo e ci si ferma parecchio tempo anche solo per chiedersi in mille modi come stai. E le risate suonano ritmi improponibili per il mio kiswahili del mattino.
Anche Ali è in giro da presto con suo fratello, e passa anche lui a salutarmi dal finestrino. Mi stampa un bacio sulla guancia destra e io gli dico che ci vedremo mercoledì prossimo perché vado in vacanza. Lui ride perché mi dice che sono già in vacanza e mi dice anche che non dovrei svegliarmi così presto e fare tutto quello che faccio se sono in vacanza.
Sono le 8,30 e siamo ancora qui. Forse è destino che io Malindi non la incontri mai. Mi chiedo se mentre sarò via Carol e Habiba studieranno dagli appunti che hanno preso, e se Fridah farà pratica con i clie