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Diani Beach, Perché questo blog?
Questo blog nasce per uno scopo ben preciso. Ossia aiutare il turista che si reca nella zona di Diani Beach a fidarsi dei ragazzi che lavorano lungo la spiaggia per conto delle agenzie locali.
L'idea è venuta dopo aver scoperto sul web il blog dei Beach Boys di Watamu. E così mi sono detta, perché non fare anche quello per i ragazzi di Diani?
I ragazzi di cui parlo in questo blog li conosco tutti personalmente. Non posso dire che garantisco completamente per loro, ma so che di loro mi sono fidata e non mi hanno deluso.
Chiunque decida di rivolgersi a loro, sappia che in Kenya la fame è una realtà concreta, e forse anche loro saranno tentati dal fare soldi facili, come tutti quelli che cercano disperatamente di sopravvivere in un paese africano.
Consiglio a chi sceglierà di rivolgersi alle agenzie locali:
- di farsi spiegare dettagliatamente cosa prevedono le varie escursioni e i vari programmi (cene, gite, e compagnia bella)
- di farsi fare una proposta economica
- di farsi fare una proposta economica anche da altre agenzie locali in modo da vedere le differenze
- di contrattare SEMPRE
- in caso di prenotazione di safari o escursioni, farsi lasciare la ricevuta dall'agenzia
- di non lamentarsi se dopo aver chiuso l'affare, scopriranno che altrove i prezzi possono essere anche più bassi.
Sono le leggi di mercato. Quando si va al Decathlon e si comprano un paio di scarpe, non si protesta con i commessi se poi da un'altra parte le stesse scarpe costano di meno.
I miei ragazzi lavorano sodo e cercano sempre di accontentare il cliente al meglio. E' anche vero che se un turista non apre gli occhi, la tentazione di fare soldi facili su di lui è forte. Per cui non andate in giro a dare l'impressione di essere degli euro che camminano. Date il giusto valore al denaro e fate sempre capire che noi europei non siamo tutti ricchi.
Spero che questo blog possa essere utile a tutti quelli che hanno voglia di conoscere meglio il mio Kenya, che hanno voglia di guardarlo con i miei occhi, e che non hanno paura del contatto con la popolazione locale.
Buon Kenya a chi parte
Roberta
Importante
Come consultare il blog: dai un'occhiata all'indice che trovi nella barra qui a destra e esplora il blog partendo da li.
Kenya: Diani/Ukunda - James, Amos e Samuel lavorano per Damma Tours and Safaris
L'incontro con Damma tours è avvenuto per merito di un pallone. Un pomeriggio dell'agosto 2008 ho deciso di andare a comprare una palla al nuovo centro commerciale che si trova sulla strada delle spiaggie. E così prendo un matatu, arrivo, trovo la palla, mi bevo una Fanta all'Ushago (nuovo pub) insieme a Davis e dato che il pallone che ho comprato è sgonfio, decido di trascinare la mia amica Daniela in una passeggiata fino al Petro Station.
Arrivate a destinazione, mentre l'omino del distributore di benzina ci gonfia la palla, avviene l'incontro con Samuel. Si avvicina infatti a noi un ragazzo che mi ha sentita parlare in Kiswahili con l'omino del Petro Station, e mi chiede se abbiamo bisogno di un taxi per tornare all'hotel.
Gli rispondo che prenderemo un matatu. Gli rispondo in Kiswahili e lui rimane sorpreso. Mi chiede come mai parlo la sua lingua, quante volte sono stata in Kenya, mi chiede se vivo a Nairobi e che faccio in Kenya.
Gli racconto subito di questo blog, gli dico che quando vado a Diani cerco di entrare in contatto con le agenzie locali per poi pubblicizzarle su questo blog, dopo aver deciso con loro i prezzi da offrire ai turisti. Ovviamente più bassi saranno i prezzi che mi faranno, più possibilità avranno le agenzie di essere contattate dai turisti che visitano questo blog.
Samuel mi chiede quanto mi faccio pagare per questa pubblicità. Gli dico che lo faccio gratis. Sgrana gli occhi perché non ci può credere. Mi dice subito che lui lavora per un'agenzia che si chiama Damma Tours and Safaris e che se ho tempo, posso andare subito a visitarne la sede e a fare le foto per il sito. C'è anche Amos con lui. E anche lui sembra entusiasta del nostro incontro.
Gli dico che è tardi, che la mia amica Daniela è stanca e che sicuramente tornerò, perché dalle chiacchiere lui mi ha fatto una buona impressione. Mentre parliamo passa vicino a noi il boss dell'agenzia, David. Samuel si precipita a raccontargli quel che gli ho appena detto e il boss mi squadra da testa a piedi chiedendomi: "quanto ti fai pagare per questo?"
Ripeto anche a lui che lo faccio gratis, che lo faccio con piacere e che non voglio niente in cambio. Mi dice che sono pazza, mi dice che in Italia faccio sicuramente un lavoro che mi fa guadagnare tanti soldi se mi permetto di fare gratis tutto questo lavoro per le agenzie di Diani. Gli dico che non guadagno tanti soldi in Italia, e che la mia decisione di fare questo lavoro gratis è dovuta al fatto che trovo giusto dare un'opportunità a chi lavora bene, di crescere.
Ci diamo appuntamento a sabato 23 agosto alle 14.30 per parlare dei miei prezzi e per decidere come impostare i testi sul blog. Daniela si spazientisce, e andiamo via perché si è fatto veramente tardi e non abbiamo l'autan con noi :)
Sabato pomeriggio arrivo quasi puntuale all'appuntamento. Ormai anche io ho il Kenyan time. Arrivo sempre con un quarto d'ora di ritardo, quando va bene.
La sede di Damma Tours si trova proprio dietro il Petro station, sopra il ristorante Tropicana, dove c'è anche la sede di Janoland Tours and Safaris.
Chiamo Samuel per farmi spiegare per bene dove si trova e finalmente faccio il mio ingresso in agenzia.
La sede è davvero bella, con tante foto alle pareti, tanti dipinti e cartine delle zone più esplorate del Kenya. Mi accoglie tutto lo staff come se io fossi una regina.
Incontro James che è il vice direttore dell'agenzia. Insieme a loro c'è la segretaria, Amos, Samuel, Rama e altri ragazzi ai quali inizio subito a fare un intero servizio fotografico. Le foto sono quelle che vedete sul video.
Mi mostrano i tre bus con i quali portano la gente in safari, mi presentano gli autisti e mi fanno davvero un'ottima impressione.
Ci sediamo a tavolino e decidiamo i prezzi che troverete nei due file qui di seguito.
Tenete conto che i prezzi indicati sono per un max di 6 persone. Generalmente i pullmini arrivano a contenere 6 passeggeri, per cui se dovessero essere meno, il prezzo varierebbe di qualche decina di euro a seconda del numero di turisti che faranno safari con voi.
Se avete la necessità di avere una guida che parla italiano, basterà chiedere e l'avrete.
Oltre alle escursioni che troverete nei due file, Damma Tours vi da anche la possibilità di avere un transfer dall'aeroporto a Diani e viceversa, nel caso prenotaste solo volo. Non solo. Se desiderate andare a Watamu o a Malindi durante il vostro soggiorno, i ragazzi di Damma Tours si adopereranno per trovare per voi la soluzione migliore.
Potrete contattare James, Amos e Samuel anche se desiderate un alloggio a un buon prezzo che sia diverso dai super alberghi proposti dai tour operator.
La sede di Damma Tours è anche un internet point. Per cui se avete bisogno di andare su internet durante il vostro soggiorno a Diani, potrete andare li e a pochissimi scellini controllare la vostra posta elettronica, navigare e compagnia bella.
Per maggiori informazioni, contattateli a questi recapiti:
Att. James Charoh
Jamesycharoh@gmail.com
Tel: +254 725 328770
Amos (or Julio):
Tel: +254 735 151968
E-mail: mwatsavwa@yahoo.com
Samuel Kiilu:
Tel: +254 710840303
E-mail: kiilusamuel@yahoo.com
Website: http://www.dammatours.com
I prezzi
Escursioni e safari via terra dalla costa (min 6 pax)

North and South Coast Air Safari
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Kenya: Diani/Ukunda - Davis e Kenya Adventures & Beyond Safaris
Ho incontrato Davis nell'agosto 2008. L'incontro è avvenuto quasi per caso. E devo ammettere che a volte il caso mi regala proprio delle belle sorprese.
E' un ragazzo pieno di buona volontà, ottime capacità organizzative, gran voglia di darsi senza chiedere niente in cambio e soprattutto, ha una gran voglia di lavorare.
A Diani sono pochi che guardano realmente al futuro. Davis è uno di questi. Vi basterà trascorrere qualche ora con lui e vi renderete conto che si tratta di un keniano anomalo, uno che potrebbe lavorare ai ritmi milanesi, uno che se gli date qualcosa da fare, cercherà di farlo al meglio, uno che il pole pole sa metterlo da parte quando serve correre per arrivare in tempo. E' una persona con cui è davvero piacevole trascorrere delle ore in chiacchiere e racconti. Sono sicura che vi lascerà un buon ricordo.
Si capisce, lo stimo molto. E è per questo che ho deciso che merita uno spazio in questo blog. Le ragioni sono diverse, ma una di queste è che collabora con un'associazione che sta vicino a Mombasa che si occupa di bambini. Quante ce ne sono in Kenya. E quante hanno bisogno d'aiuto. Beh, io sono dell'idea che quando è la popolazione locale a darsi da fare per la propria gente e per le future generazioni, certe persone siano da premiare.
Davis oltre a dare una mano a quest'associazione, collabora con Kenya Adventures & Beyond Safaris. E' un'agenzia di Diani che ha sede vicino al Bazaar Shopping Centre - Diani Beach. Ho incontrato il boss dell'agenzia, chiamato da tutti Doc, insieme a Davis. Ho detto loro che cosa faccio con questo blog, e che è mio interesse che il turista arrivi a Diani Beach e prenda contatto con le agenzie locali, a prezzi nettamente inferiori di quelli proposti dai tour operator.
Abbiamo chiacchierato sulle altre agenzie e sui prezzi che negli anni sono riuscita a ottenere per i turisti. Siamo giunti alla conclusione che anche Kenya Adventures farà prezzi bassi a tutti i turisti che verranno portati in agenzia da Davis.
Un safari allo Tsavo Est con notte in Voi Safari Lodge, vi costerà dai 135 euro in su. A seconda di quanti sarete.
Una gita a Wasini o Funzi, dai 30 euro in su. Sempre a seconda del numero di persone che parteciperanno alla gita. Non spenderete più di 50 euro. I tour operator spesso propongono queste gite a circa 80 euro.
Davis non è un beach boys. Io lo chiamo business man. Lui non lavora in spiaggia, ha i suoi contatti extra beach.
Oltre ai safari e excursioni con pulmini e jeep, potrete affidarvi a lui anche per il semplice transfer da Mombasa a Diani. Costo circa 25/30 euro.
Ci tengo che riportiate sempre un commento sul blog ogni volta che vi rivolgerete a lui e a Kenya Adventures. E' importante il passaparola. E finora questo blog ha funzionato benissimo. Fatevi avanti. Davis è li che vi aspetta.
Questi i suoi recapiti:
Telefono: +254 728307930
Email: dkabugi@hotmail.com
Sito internet: http://www.kenyanadventures.co.uk/ (nota bene che i prezzi indicati sul sito sono un po' alti. Se scegliete di passare per Davis, il boss vi concederà prezzi nettamente più bassi)
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Kenya: Diani/Ukunda - Ahmed, souvenir a volontà e gite al reef
Ahmed è stato nell'estate 2008 il mio miglior studente. Il 5 agosto sono arrivata al Diani Sea Lodge e lui ha manifestato immediatamente l'interesse e la curiosità giusta che mi hanno spinta a far partire le mie solite lezioni di italiano il giorno successivo.
E così, ogni giorno, alle 9.00 del mattino, lui e altri ragazzi mi hanno sopportata e hanno imparato qualcosa.
A fine corso, Ahmed è stato quello che ha superato gli esami a pieni voti. Ha fatto tutti e tre gli esercizi, ha coniugato al presente indicativo 22 verbi... VENTIDUE!! Senza commettere errori. E così ho deciso di lasciare a lui il libro con cui solitamente insegno quando sono a Diani.
Ahmed per tre settimane ha preferito trascorrere il suo tempo con me e gli altri studenti, seguire le mie lezioni, piuttosto che inseguire il turista che gli avrebbe dato da mangiare quotidianamente, acquistando da lui qualche souvenir. Ha preferito un po' di istruzione al pane quotidiano. Io queste cose le noto e le apprezzo.
Ahmed oltre ad aver dimostrato di voler imparare l'italiano, ma sul serio, con tutta la sua forza di volontà, mi ha raccontato parecchie cose dei suoi sogni. E io ho deciso di realizzarne alcuni a modo mio. Ma gli ho spiegato bene che anche lui deve contribuire alla realizzazione dei propri sogni, per cui dovrà lavorare sodo.
Che lavoro fa Ahmed? Non si può considerare un vero e proprio lavoro. Il suo shop è fatto di collanine, portachiavi in legno su cui si possono incidere i vostri nomi, souvenir di ogni genere. E ha modo di condurvi da uno dei tanti capitani della spiaggia che vi porterà al reef.
Le collanine, se gli dite che arrivate dal blog della sua maestra Roberta (mwalimu in kiswahili), vi costeranno sui 100 scellini (un euro alla data di oggi "01/09/2008". Ricordo a tutti che al periodo post elettorale è seguita un'inflazione mica male... ma generalmente, quando il cambio euro scellini è in situazione "normale" un euro è circa 90 scellini).
I portachiavi in legno vi costeranno circa 200 scellini. Ma con 1000 scellini potrete averne 6.
Per andare al reef non spenderete più di 400 scellini. Né con lui, né con nessun altro. Un giusto prezzo è sui 300 scellini. Vi verranno proposti da altri ragazzi prezzi del tipo 10 euro. Vi prego, non accettateli. Non per me, fatelo per voi stessi. E' già tanto 300 scellini per andare al reef a cui si può andare benissimo a nuoto. Ricordatevi sempre la premessa a questo blog, date sempre il giusto valore ai soldi e fate capire che non siete degli euro ambulanti. Lo so, un euro non vi cambia la vita. Ma a volte la "generosità" del turista è diseducativa per la popolazione locale.
Ahmed non collabora ufficialmente con nessuna agenzia locale, ma se deciderete di chiedere a lui un consiglio su safari o gite, saprà scegliere per voi la soluzione più conveniente e nel momento in cui vi porterà in agenzia vi verranno fatti prezzi decisamente competitivi. Questo perché è chiaro che è importante per tutte le agenzie locali non perdere il cliente. E quando il prezzo proposto è ragionevole, non vi verranno fatte storie.
Sappiate dunque che per uno Tsavo Est di due giorni si può spendere anche 120 euro, a seconda dell'agenzia e dell'agente che vi troverete di fronte. Certo, poi il beach boys di turno prenderà una commissione non troppo alta, ma come dico sempre, meglio poco ogni giorno, che niente.
Quando deciderete di contattarlo, ditegli il mio nome, di aver trovato foto e dettagli su questo blog e che la maestra ha fatto il suo dovere:)
Se invece deciderete di cercarlo lungo la spiaggia di Diani Beach, sappiate che vi sarà più semplice trovarlo vicino al Diani Sea Lodge.
Questi i recapiti di Ahmed:
Email: dolahamed@yahoo.com
Telefono: +254710142773
Kenya: Diani/Ukunda - Agosto 2008 - Lezioni di Italiano sulla spiaggia
Ahmed, dalle prime parole ai verbi riflessivi
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 1
Parte 2
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Parte 4
Parte 5
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Kenya: Diani/Ukunda - Shariff (Martin) e Kt-Safaris. Lo trovi vicino al Forty Thieves
Guarda il video qui sotto!
Ho conosciuto Shariff (chiamato da tutti Martin, ma io preferisco sempre il nome vero!) nell'agosto 2008. E' stato per caso, come al solito. Mi trovavo al Water Lovers di Riccardo e Valentina, quando ho visto arrivare dalla spiaggia questo ragazzo. Mi sono chiesta subito se lavorasse li dato che è entrato senza problemi. E invece poi ho scoperto che è il ragazzo a cui ogni tanto Valentina e Riccardo mandano turisti per le gite al reef.
Mentre tornavo al mio hotel, nel tragitto tra il Water Lovers e il Diani Sea Lodge, lui mi ferma e io gli dico: "Ciao Martin". E lui: "ma come, ti ricordi il mio nome?". A me basta sentire un nome una volta perché me lo ricordi. A volte ho la memoria breve, ma a volte no :)
Insomma, chiacchieriamo un po', mi da l'impressione di essere un bravo ragazzo e allora gli racconto di questo blog. Lui mi dice che collabora con Dicky di Kt-Safaris e oltre questo, porta i turisti al reef con il dhow o con la barca dal fondo di vetro. Gli dico che se vuole uno spazio sul mio blog deve fare un buon prezzo ai turisti. Decidiamo che per il dhow un passeggero può spendere massimo 400 scellini e che per la barca dal fondo di vetro un massimo di 800 (ma anche 500 possono andare bene se siete tanti).
Per i safari i prezzi saranno più o meno così: da 135 euro per Tsavo Est (2 giorni) a seconda di dove dormirete, 80 euro giornata a Shimba Hills, da 30 euro in su Wasini e Funzi, mezza giornata giornata a Mombasa sui 20 euro.
Ricordo sempre a tutti che a Mombasa si può andare anche col matatu a pochi scellini. Sta a voi scegliere. E per ogni escursione, vi conviene sempre contattare più persone e farvi fare un prezzo da ognuno di loro, giusto per farvi un'idea.
Con Shariff sono stata a visitare la Mwamanga Primary School che si trova proprio a Mwamanga. Abbiamo camminato un intero pomeriggio ma ne è valsa la pena. Per chi ama camminare, consiglio a tutti di farcisi accompagnare da Shariff a piedi. Per i più pigri, ci sono i Tuk Tuk che vi porteranno tra un rimbalzo e l'altro in strada sterrata :)
Perché andare in questa scuola? Perché è situata in una posizione che generalmente non trova la volontà di un turista per arrivarcisi. E' lontana dai circuiti turistici, per cui ha più bisogno di altre del vostro aiuto. Quaderni, penne, banchi, gessetti, non ce ne sono a sufficienza. E il direttore, una persona davvero squisita, vi racconterà delle reali necessità della struttura. Mi ha raccontato che fondamentalmente hanno bisogno di costruire nuove aule. Il costo è elevato, ma pian piano stanno raccogliendo i fondi.
Shariff ha un figlio che vorrebbe mandare alla Little Roots Academy. Gli ho detto che avrei scritto di Hassan (il bimbo di 4 anni) su questo blog e chi fosse interessato a aiutarlo gli avrebbe fatto sapere. I costi in Little Roots per un anno più o meno li sapete. Per farvi un'idea potete anche sentire il direttore della scuola ai recapiti che vi ho fornito nel post su Ali e Jaffar.
Troverete Shariff vicino al Forty Thieves. Se vorrete, potrete ovviamente contattarlo anche dall'Italia ai seguenti recapiti:
Cellulare: +254726757269
E-mail: boykenyan@yahoo.com
Scrivete in inglese e ditegli che vi manda Roberta.
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Kenya: Diani/Ukunda - Un cuore da salvare per Amiri Anderson Walle
23/10/2008
Ho conosciuto Amiri Anderson Walle a agosto 2008. Amiri ha un grave problema al cuore e necessita di un'operazione. E mi trovo nuovamente a chiedere aiuto a chiunque abbia voglia di contribuire per permettere a Amiri di riavere una vita normale, di poter giocare a pallone con i suoi amici, di poter riprendere a lavorare negli alberghi e di consentire alla propria famiglia di avere un uomo in casa in grado di portare avanti le cose.
Non conoscevo affatto il problema cardiaco di Amiri. Lui non ne ha mai parlato. Quando ho raccontato a Amiri che con questo blog ho anche ottenuto dei fondi per l'istruzione di alcuni bambini, ha sgranato gli occhi, ha guardato il suo amico e l'amico gli ha detto: "Diglielo!".
E così ha iniziato a raccontarmi che qualche anno fa gli hanno diagnosticato questo grave problema al cuore che non gli permette di fare grossi sforzi. Abbiamo fatto pochi passi e mi ha fatto sentire con mano sul suo cuore quanto battesse forte solo per aver camminato pochi metri. E mi ha mostrato diverse medicine che è costretto a prendere per evitare che abbia un attacco, o che il cuore smetta di farlo vivere.
Gli ho detto che al mio rientro in Italia avrei provato a far qualcosa, ma che tutto sarebbe avvenuto pole pole, piano piano. Gli ho detto di non crearsi illusioni, che io non volevo essere una speranza vana. Lui mi ha detto "non ho niente da perdere".
Gli ho detto che dal momento in cui avrei pubblicato una richiesta d'aiuto per lui sul mio blog, anche tanti dei suoi amici avrebbero saputo del suo problema.
Lui mi ha detto: "quando una persona non ha speranze, e pensa che sta per morire, se ha una sola possibilità di salvezza, non gliene importa niente se lo verranno a sapere tutti."
Ho raccontato di questo incontro alla mia amica Daniela, che subito mi ha messa in guardia su come sono tutti bravissimi a impietosire con le loro storie strappalacrime. Che non posso credere a tutto quello che mi raccontano, e compagnia bella.
Come mai, se ho conosciuto Amiri a Agosto, pubblico questa richiesta di aiuto solo oggi? Presto detto.
Sappiamo tutti che in Kenya è facile raccontare a un turista che si soffre di gravi malattie per poter avere un ritorno economico facile e senza sforzi. E' per questo motivo che ho scritto a Padre Angelo Fantacci dell'Associazione Oltre Le Parole, subito dopo il mio rientro dal Kenya. Ho chiesto a Padre Angelo di indagare per me sulle effettive condizioni di salute di Amiri. E dopo un primo scambio di mail, solo ieri ho avuto una risposta che dava conferma alle parole di Amiri sulla necessità di un intervento al cuore.
Riporto qui di seguito lo scambio di mail iniziato a fine agosto 2008.
28/08/2008 ore 18.59 - mia mail a Padre Angelo
Ciao Padre Angelo,
sono Roberta, la ragazza italiana che lunedi 25 agosto è venuta a farti visita alla Catholic Church prima che partissi per Mombasa.
Ho avuto il tuo indirizzo email da una donna italiana che è stata a Tiwi lo scorso anno.
Ti scrivo per raccontarti un po' di me e di quel che vivo ogni volta che vengo a Diani. Era la mia sesta volta quest'anno.
Ho iniziato a venire giù dal 2006. Vengo sempre da sola perché ho sempre tante cose da fare e credo che un compagno o una compagna di viaggio non riuscirebbe a starmi dietro.
Quando sono a Diani insegno italiano ai ragazzi che lavorano sulla spiaggia per le agenzie turistiche locali. Ho aperto un sito internet http://dianibeach.blogspot.com per dare una mano al turista che si reca nella zona di Diani e Ukunda, a muoversi fidandosi della popolazione locale. In questo modo, le agenzie locali riescono a guadagnare il giusto, il turista spende il giusto e i ragazzi della spiaggia hanno la loro commissione.
Nel sito ci sono anche tante informazioni su scuole e strutture che hanno bisogno di assistenza. Quando sono li, vado in giro per il distretto di Kwale a far foto e video di posti in cui c'è bisogno di una mano. Quando torno in Italia, monto tutto sul computer e metto sul mio sito. In questo modo, tutte le persone che vanno a Diani e che passano per il mio sito, sanno già dove possono andare.
A volte la gente parte dall'Italia senza la benché minima idea di quel che troverà in Kenya. E quel che faccio io è di fornire le informazioni necessarie perché nessuno parta impreparato.
E sul sito metterò anche le foto della Catholic Church e racconterò due righe del nostro incontro. So che tutti gli alberghi di Diani Beach danno informazioni ai propri clienti su tutto quello che sei riuscito a fare.
E tanti dunque vengono dagli hotel a dare il loro contributo.
Mi hai detto che tu non hai fatto niente. Non è vero. Hai fatto in modo che la gente al di qua e al di là del pianeta si fidasse di te e ti aiutasse a costruire un miracolo, mattone dopo mattone.
La fiducia delle persone è più difficile da guadagnare del denaro. E grazie alla fiducia che hai conquistato, stai facendo davvero dei prodigi laggiù.
Nel mio ultimo soggiorno ho conosciuto un ragazzo che ha bisogno di un'operazione al cuore. Mi adopererò qui in Italia per trovare i fondi affinché lui possa fare l'intervento. E avrei bisogno del tuo aiuto.
Penso tu conosca meglio di me la gente del posto e la tendenza comune a "cercare di impietosire il mzungu" anche quando non è necessario. Per cui mi piacerebbe che tu incontrassi questo ragazzo e verificassi con lui le carte mediche e tutti i fogli delle analisi che ha fatto.
Mi daresti così conferma che realmente ha bisogno di questa operazione.
Quel che io farei è di cercare i fondi tra la gente qui in Italia. Non ho mai avuto paura di chiedere aiuto agli altri. L'ho fatto per tanti bambini di Ukunda che ora vanno a scuola (parlo di scuole private) grazie all'aiuto di persone che mi hanno dato fiducia. E voglio chiedere una mano per questo ragazzo.
Una volta che raccoglierò i fondi, non vorrei inviarli a lui direttamente, ma a te! E tu o qualcuno di tua fiducia si occuperebbe di seguire le pratiche per l'operazione... pensi che sarebbe possibile? Ovviamente ci vorrà del tempo. Mi ha parlato di costi abbastanza alti per un intervento al cuore, per cui ora che li raccoglierò passerà tanto tempo, ne sono certa. Mi sto portando avanti.. ci tengo che tu incontri questo giovanotto e mi dica cosa ne pensi.
Se mi dirai che lo incontrerai, gli dirò di venire da te o di contattarti e portarti poi tutta la documentazione medica... non so, magari con l'aiuto di un medico riuscirete a farmi capire meglio di cosa ha bisogno...
Il suo problema cardiaco pare sia dovuto a una delle due valvole che non permette la corretta circolazione del sangue, forse perché troppo stretta... non ho ben capito...
Dimmi tu, hai piacere di incontrarlo?
Molti a cui ho già iniziato a raccontare di questo ragazzo mi han detto "perché lui e non un altro? c'è tanta gente che ha bisogno, perché salvare lui?"... perché io voglio aiutare questo qui, e magari qualcun altro vorrà aiutare gli altri.
C'è una storia che mi piace moltissimo e ti copio qui sotto:
"Una tempesta terribile si abbatté sul mare. Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia: Le bestiole sul fondo, i crostacei, i piccoli molluschi venivano scaraventati a decine di metri sulla riva del mare. Quando la tempesta passò, l’acqua si placò e si ritirò… Ora la spiaggia era una distesa di fango, in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa. Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche delle troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili.
Stavano morendo. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino, che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle marine. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente. All’improvviso, il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle marine e, sempre correndo, le porto nell’acqua. Poi tornò indietro e ripeté l’operazione. Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò.
“Ma che fai, ragazzino?”
“Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia”. “ Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvare tutte. Sono troppe! E questo succede su centinaia di altre spiagge! Non puoi cambiare le cose ! Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “ Ho cambiato le cose per questa qui ”. L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze. Ed erano in quattro a buttare stelle marine in acqua. Qualche minuto dopo erano cinquanta. Poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle marine nell’acqua. Così furono salvate tutte."
E' una storia bellissima, non trovi?
Ti mando un forte abbraccio e spero di avere tue notizie molto presto
Roberta
^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^
31/08/2008 ore 19.44 - mail da parte di Padre Angelo
Cara Roberta,grazie della tua e.mail.Interessante la leggenda delle stelle marine.E' un buon insegnamento per chi vuole intenderlo e capirlo nel suo giusto significato.
Per quanto riguarda quel signore che hai incontrato lungo la spiaggia ti posso dire quasi con certezza che sono tutti degli straordinari canta storie.Di fatti simili ne ho sentiti parecchi e da tanti turisti.Scoprire il caso genuino,sincero e certo non è facile.A me personalmente sono successi casi simili:Mi mandavano addirittura degli assegni e il cash da dare alla persona che doveva essere operata.Meno male che non sono mai caduto nella trappola anche per un anticipo.E' stato scoperto dallabanca cche i cheques erano falsi e gli ammalati di cuore non esistevano.Ad ogni modo se vuoi mandarmi il nome,cognome,numero telefonico,residenza ecc. di quel signore mandamelo pure.Non sarò io indagare,ma manderò qualcuno degli anziani del consiglio parrocchiale.Loro sono più esperti di me e sanno come indagare per scoprire la verità.
Il tempo continua a fare un pò di capricci.La pioggia che cade fa piacere a tutti ed è accettata come un preziosa manna.
Augurandoti ogni bene,saluto te e tuoi famigliari con tanta affetto.
P.Angelo Fantacci
^*^*^*^*^*^*^*^*^^*^*^*^*^*^*^*^*^*^**^*^*^*^*^
01/09/2008 ore 9.28 - mia mail a Padre Angelo
Ciao Padre Angelo,
grazie infinite per avermi risposto così in fretta.
Oggi riprendo con il lavoro dopo un mese.
So benissimo di quanti a Ukunda, spesso si spingano a raccontare bugie pur di ottenere qualche euro in più da noi europei, spesso ingenui, spesso con un senso di colpa profondo nei confronti di chi è nato nell'altra fetta di mondo.
E' proprio per questo che prima di procedere ho voluto chiederti aiuto per verificare la veridicità di quanto Amiri mi ha detto.
Questi sono i suoi dati: Amiri Anderson Walle
P.O. Box 745 - Ukunda
E-mail: amirianderson@yahoo.com
Numero di tel: 0724 812869
Quel che si può fare è verificare la sua documentazione medica, o magari fargli fare altre visite per capire se si tratta di un'altra favola o di verità...
Grazie fin d'ora per tutto. So quanto è difficile scoprire dove sta la verità dove l'istinto di sopravvivenza vince su qualsiasi cosa e l'onestà non è certo messa al primo posto.
Oramai conosco bene i miei polli :) ma do sempre il beneficio del dubbio, perché non vorrei mai chiudere gli occhi prima d'aver verificato se questa stella marina è da salvare sul serio.
Ringrazio tanto te e chi si muoverà per farmi sapere qualcosa.
un abbraccio sotto la pioggia
Roberta
^*^*^*^
...e finalmente è arrivata una risposta:
22/10/2008 ore 10.50 - mail da parte di Padre Angelo
Cara Roberta, chiedo venia per questa risposta ritardata.Ho gatto indagare da un mio cristiano di fiducia la situazione di quell'uomo che tu hai conosciuto lungo la spiaggia e che ha bisogno di cure mediche o di una operazione.E' stato curato anche da un nostro dottore cattolico ce schiama Ereri e ha confermato che il paziente ha bisogno di essere aiutato.Guarda tu quello che puoi fare.
Qua tutto tranquillo.Solo il turismo stenta a riprendere il volo.Ora tutti sperano che a natale ci sia il pienone.Forse l'avrà predetto qualche stregone....... musulmmano. La saluto con tanta cordialità,augurandole ogni bene.
P.Angelo Fantacci
^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^
22/10/2008 ore 11.31 - mia mail a Padre Angelo
Ciao Padre Angelo,
che gioia sentirti. Grazie per aver fatto indagare sulla situazione di quel ragazzo.
Ora comincerò a scrivere un testo per fare una raccolta fondi che mi permetta di aiutarlo...
Ho una domanda importante. Posso far mandare i soldi a te con causale "Raccolta Fondi Roberta per operazione al cuore di..."?
E poi incaricheresti qualcuno di seguirla passo per passo? Si può fare una cosa del genere? Io purtroppo da qui non potrei seguire la vicenda medica di questo ragazzo, e rischierei, mandando a lui direttamente i soldi, che vadano persi... mentre se arrivano sul tuo conto, quando si raggiunge la quota, si potrà muoversi verso l'operazione!
Che mi dici? Si può fare? Posso scrivere nel testo che ho fatto verificare la sua condizione di salute da te e che tu mi hai confermato che è tutto vero e non si tratta di una bugia? Sai meglio di me che la gente è diffidente e la tua parola è una conferma... fammi sapere...
Il turismo piano piano ritornerà sulla costa keniota. Qui a Milano c'è stata da poco una manifestazione volta proprio a riportare l'interesse del turismo italiano verso il Kenya.
Speriamo bene.
Ti ringrazio infinitamente di tutto
Roberta
^*^*^*^*^*^*^*^*^
Ora aspetto indicazioni da Padre Angelo su come muovermi per la raccolta fondi. Intanto io vi chiedo aiuto, e chiunque voglia darlo anche con pochi euro a testa, si possono fare grandi cose. Io lo so. Scrivetemi, non siate timidi!
Grazie a tutti
Roberta
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Kenya: Diani/Ukunda - I bambini in Kenya ti vengono incontro di default
E’ il 26 dicembre.
Sono di ritorno da una delle mie solite passeggiate lungo la spiaggia di Diani Beach quando vedo venirmi incontro Sara con in braccio la piccola Queen. Sara l’ho conosciuta a dicembre 2006. E’ capitato per caso. Queen le era sfuggita dalle braccia, mi era corsa incontro concludendo agitandosi come solo i bambini sanno fare e mi ha abbracciata così, di punto in bianco. I bambini in Kenya lo fanno spesso. Ti vedono e decidono che meriti un abbraccio. Senza alcuna ragione.
E dietro la piccola è apparsa Sara, strappandomela dalle braccia e chiedendomi scusa. Io le dissi che Queen aveva fatto una cosa bella per me e che non c’era motivo di scusarsi. Un abbraccio non te lo regalano mica tutti i giorni.
Nei giorni a seguire, e anche al mio ritorno per tutto il mese di agosto le chiacchierate con Sara non potevano mancare. E ora, sono di nuovo qui per ripetere il nostro rituale. Nei giorni scorsi non ero riuscita a incontrarla. Non sapevo che fine avessero fatto lei e Queeny. Nessuno poteva darmi loro notizie perché Sara non è conosciuta da tante persone.
Ma eccole, tutt’e due, mescolate tra la folla di gente venuta sulla spiaggia, davanti al Kim4Love, a festeggiare il Natale. Anche l’anno scorso era stato così. Nei giorni di festa tutta la popolazione locale si era riversata sulla spiaggia a mostrare gli abiti belli e le speranze per l’anno nuovo che si stava avvicinando. Sara e Queeny non potevano mancare. Le riconosco, mi sorridono da lontano e mi vengono incontro. La piccola credo mi venga incontro di default, senza realmente riconoscermi, sempre per quella curiosità innata che hanno i bambini e quella fiducia incondizionata che ripongono sul prossimo. Ha solo due anni. Non può ricordarsi di me. Penso.
Chiedo subito a Sara che fine avessero fatto, come sta Queen e come va la vita. Saluti che in Kiswahili durano la solita mezz’ora in cui le nostre risate echeggiano davanti al Kim4Love. Sara mi dice subito che lei sta bene, ma che Queen ha qualche problema di salute da tre giorni. Sulla pelle le sono comparse delle bolle. E le noto immediatamente appena rivolgo lo sguardo alla piccola peste.
Sara mi dice che non sa cosa siano, che Queeny non riesce a dormire, che si gratta sempre e che dalle bolle perde spesso sangue. Io mi spavento un po’. I miei pensieri vanno subito a quella malattia che è flagello del Kenya e di tanti paesi africani. Penso possa essere Aids. Penso che forse Sara gliel’ha passata. Penso al papà di Queeny che le ha abbandonate dopo aver usato sessualmente Sara senza curarsi di proteggerla dalle proprie malattie.
Sapevo che il papà di Queeny aveva l’HIV e che non mi era mai stato chiaro se Sara l’avesse contratta. Fatto sta che vedendo Queeny in quelle condizioni mi si è spaccato tutto dentro. Dico immediatamente a Sara che dobbiamo andare all’ospedale. Lei mi dice che non ha soldi per pagare l’ospedale. Io le dico che chi se ne frega. Che ce li ho io. Sapevo che visita e prime cure non sarebbero costate più di 30 euro per esagerare.
Sara si lascia andare a qualche lacrima e comincia a ringraziare “mungu” (Dio) per averci fatte ritrovare. “Roberta, è un miracolo che oggi ci siamo incontrate di nuovo. Mungu akubariki (che Dio ti benedica). Non sapevo cosa fare con Queen e le sue bolle.” E continua a piangere e io prendo in braccio Queeny e le dico che domani andremo dal dottore. E comincia a piangere pure lei. Non erano certo lacrime di gioia come quelle della sua mamma. La parola Dawa (medicina) non riscontra successo neanche tra i bambini del Kenya.
Ci diamo appuntamento alle 11 del mattino a Ukunda all’angolo dove c’è l’African Pot, il BookShop e l’internet point.
Le dico di aspettarmi alla fermata del matatu, sotto la tettoia, dove non farà troppo caldo.
Domani è giornata di elezioni qui in Kenya, e noi andremo all’ospedale.
Ritorno all’albergo e incontro Francis e Stefania. Dico loro che il giorno dopo sarei andata all’ospedale e racconto loro del mio incontro con Sara. A volte credo proprio che nelle menti delle persone con cui parlo in albergo, echeggi la frase “ma chi te lo fa fare? Sei in vacanza”.
Chiariamo subito questo fatto. E’ vero, sono in vacanza. Ho preso le ferie dai miei lavori e sono partita per il Kenya. Ma essere in vacanza per me non significa chiudere gli occhi e lasciare che la vacanza scorra senza di me, come per quelli che passano tutto il tempo sul lettino a rigirarsi ogni mezz’ora, senza ricordarsi che sono in un paese africano di cui non stanno conoscendo niente.
Io voglio esserci. E io ci sono.
Io sono curiosa. Io voglio incontrare questo paese, non voglio solo conoscere quelli dell’animazione dell’albergo e poi finire col dire che ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio fare infinite passeggiate con i ragazzi della spiaggia a dire che non sono qui per cercare un uomo e poi dopo due giorni mi dichiaro innamorata persa e ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio andare sulla spiaggia a regalare quei vestiti che mi sono portata dall’Italia a bambini e adulti, insegnandogli che è bene stare li a aspettare il turista generoso italiano piuttosto che andare a lavorare o a studiare, e poi dire che ho preso il mal d’Africa perché i loro visi si sono illuminati d’immenso.
Io non voglio regalare soldi e caramelle ai bambini perché che cosa ne sanno i bambini di come si spendono i soldi, e come possono decidere di conservarli per usarli poi per il dentista?
Mi sono trovata a discutere con diversi turisti per l’atteggiamento spesso ingenuo, spesso lava-coscienza, spesso superficiale che mostravano verso bambini e adulti. “cosa vuoi che faccia una caramella? Ai bambini piacciono i dolci”.
Complimenti. Complimenti, perché ti ho appena spiegato che una caramella gliela dai tu, una quello che verrà dopo di te, e così via, e poi avranno carie grosse così e nessuno che gliele potrà curare, e tu cosa fai? Decidi di dargli una caramella perché non puoi rinunciare a vedere quei sorrisi? E quelli che verranno dopo di te vedranno sorrisi cariati. Complimenti.
Complimenti a quelli che tornano in Italia con un mal d’Africa fatto di vita in villaggio turistico.
Complimenti a quelle donne che parlano di mal d’Africa contagiato dall’animatore o beach boys di turno.
Complimenti a quelli che non mettono il naso fuori dall’albergo quando è in atto un cambiamento enorme nel paese e non si interessano neanche alle aspettative della popolazione locale sul risultato elettorale.
Complimenti all’ignoranza e all’incuranza.
Complimenti a quelli che non hanno mai acquistato un quotidiano locale perché è scritto in inglese.
Complimenti a quelli che si sono lamentati con l’edicolante perché non hanno trovato un quotidiano italiano da sfogliare.
Complimenti a quelli che sono venuti in Kenya per Natale e Capodanno e non sapevano che ci sarebbero state le elezioni.
Vergognatevi. Posso dire solo questo, mentre penso anche che non ho ancora incontrato Moddy da che sono qui. Dato che sarò a Ukunda domani, posso chiedergli di vederci prima del mio appuntamento con Sara. E così dopo uno scambio di sms, ci diamo appuntamento alle 9.30 allo Shopping Center.
Ci siamo. E’ il 27 dicembre e i matatu sono pieni di persone che vanno a votare. Alcuni di loro hanno preso la mattinata libera dal lavoro per andare a Mombasa, a Likoni, a Maweni, a Kwale. Insomma, nei luoghi che hanno lasciato per venire a Diani a lavorare. C’è emozione forte nell’aria e la si respira a pieni polmoni. Tutti sono sorridenti e sanno che finalmente arriverà un grande cambiamento per il paese. Raila Odinga, di etnia Luo, verrà eletto presidente e per il Kenya inizierà una nuova era. Tutti parlano di lui, sui matatu, per strada, ovunque. Sulla costa a sud di Mombasa è praticamente certo che il vincitore di queste elezioni sarà Odinga e che Kibaki andrà a casa senza sedia.
Nei giorni scorsi ho chiesto a tante persone cosa si aspettano da queste elezioni e tutti, con enorme ottimismo, hanno risposto che aspettano un Raila Odinga pieno di energie che porterà al paese la realizzazione di parecchi sogni. In cuor mio so che ogni grande cambiamento ha bisogno di tempo per attuarsi, e anche se sto Odinga verrà eletto, per poter attuare il suo programma elettorale avrà innanzitutto bisogno di risanare la situazione che il signor Kibaki gli lascerà sul groppone. E questo generalmente, ovunque nel mondo, comporta tasse e spese per i piccoli risparmiatori. Ma qui la gente è troppo felice che il paese si trovi a una svolta, non posso permettermi di rovinare le aspettative di nessuno con il mio cinismo.
E così aspetto Moddy allo Shopping Center chiacchierando con gli uomini della sicurezza che stanno di pianta stabile vicino al bancomat. Parliamo in Kiswahili. Oramai ho acquistato una certa padronanza della lingua e posso sostenere una conversazione più o meno lunga con chiunque. E anche le guardie fanno il tifo per Raila. Hanno già votato al mattino presto. I loro mignoli della mano sinistra sono macchiati d’inchiostro. E’ così che votano qui. Lasciando anche l’impronta digitale. Ma c’è poi qualcuno che controlla a chi appartiene quell’impronta? O lo fanno solo perché così, se hai la mano macchiata d’inchiostro, non potrai tentare di votare due volte?
Sono molto emozionata insieme a loro. Auguro il meglio per l’intero paese e concludiamo con “mungu akipenda”. Se Dio vuole.
Parlo con Luo, digo, kikuyu, kamba, samburu e giriama, e tutti mi raccontano di un Kibaki che ha deluso l’intera popolazione e che la necessità di un cambiamento è avvertita da tutti, anche da quelli della sua stessa etnia. Siamo tutti ottimisti. Raila stasera sarà seduto su quella sedia e la grande svolta arriverà, pole pole.
Arriva Moddy con la macchina di un suo amico. Gli spiego il mio programma per la giornata, le parlo di Sara. E mi dice che aspetteremo insieme all’African Pot, così lui farà anche colazione.
Anche il suo mignolo è viola. Segno che ha fatto il suo dovere pure lui. Mi mostra orgoglioso la sua tessera elettorale. Gli chiedo se tutti in Kenya hanno la tessera elettorale. Mi dice che non tutti ce l’hanno, ma che anche se non ce l’hai, ti fanno votare lo stesso. Mi chiedo se sia legale o corretto, ma forse mi faccio sempre troppe domande. Mi chiedo cosa potrebbe succedere se gli iscritti ai seggi sono 100 e vanno a votare in 200.
All’African Pot ci aspettano le solite mosche. Sembra che sapessero che saremmo arrivati. Circondano subito la mia solita Fanta. Non la ordino neanche. La cameriera me la porta perché sa che io bevo o acqua o Fanta. Anche lei ha il mignolo sul bluastro. Inchiostro importante, che segna l’inizio di una nuova era. Io, Moddy e lei scambiamo due chiacchiere sulla giornata che cambierà la storia del paese e ridiamo scherzando su un Kibaki troppo vecchio ormai per reggere le redini del paese.
Ai tavoli vicini ci sono altri ragazzi che ascoltandoci, si uniscono a noi e manifestano lo stesso entusiasmo sulla fine dell’era Kibaki e kikuyu. Noto una cosa che non avevo mai notato prima. Si parla dei kikuyu come fossero la parte marcia del paese. Non era mai successo. Ho sempre visto kikuyu, digo e luo trattarsi come fratelli qui sulla costa. Brindiamo alle 10 del mattino, io con la mia Fanta, Moddy col suo caffè e loro con il passion juice.
Finita la colazione, Moddy mi dice che deve andare al garage di Ukunda perché il pulmino della sua agenzia ha qualche problema e è fermo da un po’ di tempo. E così saliamo di nuovo in macchina e andiamo verso la parte di Ukunda che ancora non avevo mai visitato. A destra dell’African Pot, Ukunda non si chiama più Ukunda, ma Diani. Non lo sapevo. Io fino a oggi sono sempre stata in quella Ukunda che si chiama Ukunda e che all’angolo dell’African Pot sta a sinistra. Felice di esplorare una nuova zona, mi sento quasi in gita scolastica.
A quell’ora la gente è più che attiva in paese. Tutti che camminano e che sicuramente vanno a votare. Anche a Ukunda i seggi elettorali sono ospitati dalle scuole e da qualche altra struttura. Incontro Federico che con orgoglio mi mostra il suo mignolo. Ne avevamo parlato nei giorni scorsi di quanto fosse importante andare a votare se realmente si desiderava esprimere la propria volontà su chi dovesse essere il nuovo presidente. E mi aveva giurato che sarebbe andato a votare. Da lontano vedo anche Ali che sta per prendere un matatu per la spiaggia. Ci salutiamo di corsa e ci diamo appuntamento al pomeriggio per una chiacchierata con Mbete, il direttore della Little Roots Academy, la scuola privata presso la quale, grazie a alcune donazioni ricevute, ho iscritto Ali.
Arriviamo al garage e il meccanico ci offre un chai (tea). Ci sediamo sotto il sole cocente, io sudata come al solito, a bere un chai caldissimo. Tutto in clima con quel che sta accadendo nei seggi. L’esito dello spoglio dei voti avrebbe scaldato in qualche modo gli animi nei giorni a seguire, qualunque sarebbe stato il risultato.
Sono felice di essere qui proprio ora che nel paese che amo forse le cose cominceranno a migliorare. Non si può fare a meno di parlare di politica con tutti. E anche con il meccanico è inevitabile. Il pulmino passa in secondo piano.
In tutto questo parlare non ho dimenticato Sara e chiedo a Moddy di riaccompagnarmi al luogo del mio appuntamento. Salutiamo, ringraziamo per il chai e andiamo.
Sono quasi le 11 e Sara ha ancora tempo per arrivare. Spero abbia fiducia in me e abbia creduto che io sarei venuta a aspettarla. D’altronde, perché avrei dovuto mentirle e prometterle di aiutare la piccina se non ne avessi avuto reale intenzione? Che scherzo crudele sarebbe stato?
Aspettiamo sotto al sole perché sotto la tettoia è pieno di gente che aspetta il matatu.
Sono le 11.20 e tempo e persone continuano a scorrere senza grosse novità. Infinite dita blu e violastre passano davanti ai miei occhi. Di Sara ancora nessuna traccia.
Ma eccola che corre con Queeny legata a sé dal solito kanga. Ci abbracciamo. Siamo tutte e due sudatissime. Non perdiamo tempo a salutarci. Lascio Moddy con la promessa di sentirci presto e corriamo verso l’ospedale.
A volte il pole pole va a finire chissà dove. Mentre corro mi dico che potrei crepare per il caldo che fa. Rallentiamo e parliamo un po’. Sara continua a ringraziare Mungu e mi dice che non ha fatto colazione. E neanche Queeny. E che è un po’ di tempo che Queeny non mangia. O meglio, accetta solo il seno della mamma e non riesce a mangiare il resto. Ha già due anni e Sara oramai non ha più latte da darle. Sono mortificata. Cosa si fa in questi casi?
Mentre chiacchieriamo e camminiamo a passo svelto, di fianco a noi si ferma una macchina. Sara e l’autista parlano in kidigo e io non capisco molto. Ma in pochi secondi mi ritrovo seduta sul sedile posteriore con le mie due compagne. Mi chiedo cosa stia succedendo e chi siano quei ragazzi dentro quella macchina. Ma non oso proferire parola. Penso che sia un taxi e che alla fine dovrò sborsare qualche scellino. E mi dico, vabbé, Sara avrebbe dovuto dirmelo, o quanto meno chiedermi se fossi d’accordo.
E comincio anche a farmi una certa paranoia. E se Queeny non stesse poi così male e Sara si fosse messa d’accordo con questi per rapinarmi? Annamo bene annamo. E’ chiaro che per come conosco questo paese, tutto è possibile. Nella mia mente si consolida una certa forma di rassegnazione a quel che sta per accadermi, quando Sara, quasi a leggermi nel pensiero, mi tranquillizza e mi dice: “E’ mio fratello, ci accompagnano all’ospedale. Non devi pagar niente, stai tranquilla”. E Queeny mi sbava sulla spalla, quasi per tranquillizzarmi pure lei.
Arriviamo a quello che Sara fino a quel momento aveva chiamato ospedale. Risulta essere una piccola clinica privata. Detta così uno potrebbe pensare di trovare una certa igiene, un certo aspetto, una certa pulizia. Ma l’unica differenza tra un ospedale pubblico e questa clinica è che qui si paga, per cui c’è meno gente e si riesce a avere le cure nell’immediato. Se fossimo andate all’ospedale pubblico, forse avremmo dovuto aspettare l’intera giornata senza poi arrivare neanche alla visita per Queeny e a sera saremmo tornate a casa senza sapere nulla sulle bolle della piccolina.
Il dottore è molto gentile e è anche simpatico. Mi fa assistere alla visita. Chiede a Sara in Kiswahili se ha i soldi per pagare e rispondo io, sempre in Kiswahili. Mimi nikupe pesa, usijali. Ti do io i soldi, non preoccuparti. Si stupisce e mi sorride. Sara con un certo orgoglio gli dice che siamo amiche. Queeny gioca con i miei capelli, mentre il dottore spiega che bisogna farle un’iniezione. Quelle bolle sono dovute a una malattia che si prende tramite l’acqua che loro bevono. Ha detto il nome, ma era in kiswahili e non l’ho capito. Ma anche se me lo ricordassi, non saprei dire che malattia fosse. Ma chi se ne frega, l’importante è che il mio peggior timore fosse infondato.
Ad ogni modo, iniezione significa che bisogna distrarre Queen dalla vista della siringa, perché se la vedesse, sarebbe sicura lotta e opposizione, e il dottore avrebbe difficoltà a centrare il bersaglio.
Sara ha un’idea geniale. Tira fuori un seno, e la piccola, giustamente affamata, ci s’attacca a ventosa. E’ il momento giusto per colpire senza essere visti. Pic? Pic un corno. La bambina emette uno strillo acuto da spaccare i timpani. E’ chiaro che capisce di essere stata ingannata. Nel seno non ha trovato latte e per di più è stata attaccata alle spalle. I bambini sono intelligenti.
Io e Sara iniziamo una serie di “Pole” (mi dispiace) per calmare la bimba. Ma non riusciamo a trattenere le risate per quanto è stata buffa l’espressione di Queeny quando s’è resa conto d’avere un ago infilato sulla chiappa. Sara dovrà riportare la bambina nei tre giorni a seguire per altre iniezioni. E poi, su garanzia del dottore, starà bene. Paghiamo 2000 scellini. E andiamo via.
Sara prosegue una serie di ringraziamenti a Mungu e a me iniziati il giorno prima, e camminiamo alla ricerca di un matatu che mi riporti a “casa”. Decido di lasciarle qualche scellino per la colazione, per il pranzo, per i giorni a seguire, perché Sara è sola e Queeny ha bisogno di un’alimentazione regolare. Sara mi promette di portarmi la bambina quando starà meglio, così la farò giocare come al solito. Dice che Queeny si diverte molto quando è con me. E lo so, perché anche io mi diverto molto. Ci infariniamo come cotolette sulla sabbia e poi contiamo fino a 10 prima di correre a lavarci. Lei lava me, io lavo lei.
Il fratellino gemello di Queeny morì tra le braccia di Sara di malaria e di mancanza di soldi per le cure. Sara quella notte era da sola e pensava che non aveva neanche un posto dove seppellire il corpicino del suo bimbo. Questo è Kenya. Questa è Africa.
Sono di ritorno da una delle mie solite passeggiate lungo la spiaggia di Diani Beach quando vedo venirmi incontro Sara con in braccio la piccola Queen. Sara l’ho conosciuta a dicembre 2006. E’ capitato per caso. Queen le era sfuggita dalle braccia, mi era corsa incontro concludendo agitandosi come solo i bambini sanno fare e mi ha abbracciata così, di punto in bianco. I bambini in Kenya lo fanno spesso. Ti vedono e decidono che meriti un abbraccio. Senza alcuna ragione.
E dietro la piccola è apparsa Sara, strappandomela dalle braccia e chiedendomi scusa. Io le dissi che Queen aveva fatto una cosa bella per me e che non c’era motivo di scusarsi. Un abbraccio non te lo regalano mica tutti i giorni.
Nei giorni a seguire, e anche al mio ritorno per tutto il mese di agosto le chiacchierate con Sara non potevano mancare. E ora, sono di nuovo qui per ripetere il nostro rituale. Nei giorni scorsi non ero riuscita a incontrarla. Non sapevo che fine avessero fatto lei e Queeny. Nessuno poteva darmi loro notizie perché Sara non è conosciuta da tante persone.
Ma eccole, tutt’e due, mescolate tra la folla di gente venuta sulla spiaggia, davanti al Kim4Love, a festeggiare il Natale. Anche l’anno scorso era stato così. Nei giorni di festa tutta la popolazione locale si era riversata sulla spiaggia a mostrare gli abiti belli e le speranze per l’anno nuovo che si stava avvicinando. Sara e Queeny non potevano mancare. Le riconosco, mi sorridono da lontano e mi vengono incontro. La piccola credo mi venga incontro di default, senza realmente riconoscermi, sempre per quella curiosità innata che hanno i bambini e quella fiducia incondizionata che ripongono sul prossimo. Ha solo due anni. Non può ricordarsi di me. Penso.
Chiedo subito a Sara che fine avessero fatto, come sta Queen e come va la vita. Saluti che in Kiswahili durano la solita mezz’ora in cui le nostre risate echeggiano davanti al Kim4Love. Sara mi dice subito che lei sta bene, ma che Queen ha qualche problema di salute da tre giorni. Sulla pelle le sono comparse delle bolle. E le noto immediatamente appena rivolgo lo sguardo alla piccola peste.
Sara mi dice che non sa cosa siano, che Queeny non riesce a dormire, che si gratta sempre e che dalle bolle perde spesso sangue. Io mi spavento un po’. I miei pensieri vanno subito a quella malattia che è flagello del Kenya e di tanti paesi africani. Penso possa essere Aids. Penso che forse Sara gliel’ha passata. Penso al papà di Queeny che le ha abbandonate dopo aver usato sessualmente Sara senza curarsi di proteggerla dalle proprie malattie.
Sapevo che il papà di Queeny aveva l’HIV e che non mi era mai stato chiaro se Sara l’avesse contratta. Fatto sta che vedendo Queeny in quelle condizioni mi si è spaccato tutto dentro. Dico immediatamente a Sara che dobbiamo andare all’ospedale. Lei mi dice che non ha soldi per pagare l’ospedale. Io le dico che chi se ne frega. Che ce li ho io. Sapevo che visita e prime cure non sarebbero costate più di 30 euro per esagerare.
Sara si lascia andare a qualche lacrima e comincia a ringraziare “mungu” (Dio) per averci fatte ritrovare. “Roberta, è un miracolo che oggi ci siamo incontrate di nuovo. Mungu akubariki (che Dio ti benedica). Non sapevo cosa fare con Queen e le sue bolle.” E continua a piangere e io prendo in braccio Queeny e le dico che domani andremo dal dottore. E comincia a piangere pure lei. Non erano certo lacrime di gioia come quelle della sua mamma. La parola Dawa (medicina) non riscontra successo neanche tra i bambini del Kenya.
Ci diamo appuntamento alle 11 del mattino a Ukunda all’angolo dove c’è l’African Pot, il BookShop e l’internet point.
Le dico di aspettarmi alla fermata del matatu, sotto la tettoia, dove non farà troppo caldo.
Domani è giornata di elezioni qui in Kenya, e noi andremo all’ospedale.
Ritorno all’albergo e incontro Francis e Stefania. Dico loro che il giorno dopo sarei andata all’ospedale e racconto loro del mio incontro con Sara. A volte credo proprio che nelle menti delle persone con cui parlo in albergo, echeggi la frase “ma chi te lo fa fare? Sei in vacanza”.
Chiariamo subito questo fatto. E’ vero, sono in vacanza. Ho preso le ferie dai miei lavori e sono partita per il Kenya. Ma essere in vacanza per me non significa chiudere gli occhi e lasciare che la vacanza scorra senza di me, come per quelli che passano tutto il tempo sul lettino a rigirarsi ogni mezz’ora, senza ricordarsi che sono in un paese africano di cui non stanno conoscendo niente.
Io voglio esserci. E io ci sono.
Io sono curiosa. Io voglio incontrare questo paese, non voglio solo conoscere quelli dell’animazione dell’albergo e poi finire col dire che ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio fare infinite passeggiate con i ragazzi della spiaggia a dire che non sono qui per cercare un uomo e poi dopo due giorni mi dichiaro innamorata persa e ho preso il mal d’Africa.
Io non voglio andare sulla spiaggia a regalare quei vestiti che mi sono portata dall’Italia a bambini e adulti, insegnandogli che è bene stare li a aspettare il turista generoso italiano piuttosto che andare a lavorare o a studiare, e poi dire che ho preso il mal d’Africa perché i loro visi si sono illuminati d’immenso.
Io non voglio regalare soldi e caramelle ai bambini perché che cosa ne sanno i bambini di come si spendono i soldi, e come possono decidere di conservarli per usarli poi per il dentista?
Mi sono trovata a discutere con diversi turisti per l’atteggiamento spesso ingenuo, spesso lava-coscienza, spesso superficiale che mostravano verso bambini e adulti. “cosa vuoi che faccia una caramella? Ai bambini piacciono i dolci”.
Complimenti. Complimenti, perché ti ho appena spiegato che una caramella gliela dai tu, una quello che verrà dopo di te, e così via, e poi avranno carie grosse così e nessuno che gliele potrà curare, e tu cosa fai? Decidi di dargli una caramella perché non puoi rinunciare a vedere quei sorrisi? E quelli che verranno dopo di te vedranno sorrisi cariati. Complimenti.
Complimenti a quelli che tornano in Italia con un mal d’Africa fatto di vita in villaggio turistico.
Complimenti a quelle donne che parlano di mal d’Africa contagiato dall’animatore o beach boys di turno.
Complimenti a quelli che non mettono il naso fuori dall’albergo quando è in atto un cambiamento enorme nel paese e non si interessano neanche alle aspettative della popolazione locale sul risultato elettorale.
Complimenti all’ignoranza e all’incuranza.
Complimenti a quelli che non hanno mai acquistato un quotidiano locale perché è scritto in inglese.
Complimenti a quelli che si sono lamentati con l’edicolante perché non hanno trovato un quotidiano italiano da sfogliare.
Complimenti a quelli che sono venuti in Kenya per Natale e Capodanno e non sapevano che ci sarebbero state le elezioni.
Vergognatevi. Posso dire solo questo, mentre penso anche che non ho ancora incontrato Moddy da che sono qui. Dato che sarò a Ukunda domani, posso chiedergli di vederci prima del mio appuntamento con Sara. E così dopo uno scambio di sms, ci diamo appuntamento alle 9.30 allo Shopping Center.
Ci siamo. E’ il 27 dicembre e i matatu sono pieni di persone che vanno a votare. Alcuni di loro hanno preso la mattinata libera dal lavoro per andare a Mombasa, a Likoni, a Maweni, a Kwale. Insomma, nei luoghi che hanno lasciato per venire a Diani a lavorare. C’è emozione forte nell’aria e la si respira a pieni polmoni. Tutti sono sorridenti e sanno che finalmente arriverà un grande cambiamento per il paese. Raila Odinga, di etnia Luo, verrà eletto presidente e per il Kenya inizierà una nuova era. Tutti parlano di lui, sui matatu, per strada, ovunque. Sulla costa a sud di Mombasa è praticamente certo che il vincitore di queste elezioni sarà Odinga e che Kibaki andrà a casa senza sedia.
Nei giorni scorsi ho chiesto a tante persone cosa si aspettano da queste elezioni e tutti, con enorme ottimismo, hanno risposto che aspettano un Raila Odinga pieno di energie che porterà al paese la realizzazione di parecchi sogni. In cuor mio so che ogni grande cambiamento ha bisogno di tempo per attuarsi, e anche se sto Odinga verrà eletto, per poter attuare il suo programma elettorale avrà innanzitutto bisogno di risanare la situazione che il signor Kibaki gli lascerà sul groppone. E questo generalmente, ovunque nel mondo, comporta tasse e spese per i piccoli risparmiatori. Ma qui la gente è troppo felice che il paese si trovi a una svolta, non posso permettermi di rovinare le aspettative di nessuno con il mio cinismo.
E così aspetto Moddy allo Shopping Center chiacchierando con gli uomini della sicurezza che stanno di pianta stabile vicino al bancomat. Parliamo in Kiswahili. Oramai ho acquistato una certa padronanza della lingua e posso sostenere una conversazione più o meno lunga con chiunque. E anche le guardie fanno il tifo per Raila. Hanno già votato al mattino presto. I loro mignoli della mano sinistra sono macchiati d’inchiostro. E’ così che votano qui. Lasciando anche l’impronta digitale. Ma c’è poi qualcuno che controlla a chi appartiene quell’impronta? O lo fanno solo perché così, se hai la mano macchiata d’inchiostro, non potrai tentare di votare due volte?
Sono molto emozionata insieme a loro. Auguro il meglio per l’intero paese e concludiamo con “mungu akipenda”. Se Dio vuole.
Parlo con Luo, digo, kikuyu, kamba, samburu e giriama, e tutti mi raccontano di un Kibaki che ha deluso l’intera popolazione e che la necessità di un cambiamento è avvertita da tutti, anche da quelli della sua stessa etnia. Siamo tutti ottimisti. Raila stasera sarà seduto su quella sedia e la grande svolta arriverà, pole pole.
Arriva Moddy con la macchina di un suo amico. Gli spiego il mio programma per la giornata, le parlo di Sara. E mi dice che aspetteremo insieme all’African Pot, così lui farà anche colazione.
Anche il suo mignolo è viola. Segno che ha fatto il suo dovere pure lui. Mi mostra orgoglioso la sua tessera elettorale. Gli chiedo se tutti in Kenya hanno la tessera elettorale. Mi dice che non tutti ce l’hanno, ma che anche se non ce l’hai, ti fanno votare lo stesso. Mi chiedo se sia legale o corretto, ma forse mi faccio sempre troppe domande. Mi chiedo cosa potrebbe succedere se gli iscritti ai seggi sono 100 e vanno a votare in 200.
All’African Pot ci aspettano le solite mosche. Sembra che sapessero che saremmo arrivati. Circondano subito la mia solita Fanta. Non la ordino neanche. La cameriera me la porta perché sa che io bevo o acqua o Fanta. Anche lei ha il mignolo sul bluastro. Inchiostro importante, che segna l’inizio di una nuova era. Io, Moddy e lei scambiamo due chiacchiere sulla giornata che cambierà la storia del paese e ridiamo scherzando su un Kibaki troppo vecchio ormai per reggere le redini del paese.
Ai tavoli vicini ci sono altri ragazzi che ascoltandoci, si uniscono a noi e manifestano lo stesso entusiasmo sulla fine dell’era Kibaki e kikuyu. Noto una cosa che non avevo mai notato prima. Si parla dei kikuyu come fossero la parte marcia del paese. Non era mai successo. Ho sempre visto kikuyu, digo e luo trattarsi come fratelli qui sulla costa. Brindiamo alle 10 del mattino, io con la mia Fanta, Moddy col suo caffè e loro con il passion juice.
Finita la colazione, Moddy mi dice che deve andare al garage di Ukunda perché il pulmino della sua agenzia ha qualche problema e è fermo da un po’ di tempo. E così saliamo di nuovo in macchina e andiamo verso la parte di Ukunda che ancora non avevo mai visitato. A destra dell’African Pot, Ukunda non si chiama più Ukunda, ma Diani. Non lo sapevo. Io fino a oggi sono sempre stata in quella Ukunda che si chiama Ukunda e che all’angolo dell’African Pot sta a sinistra. Felice di esplorare una nuova zona, mi sento quasi in gita scolastica.
A quell’ora la gente è più che attiva in paese. Tutti che camminano e che sicuramente vanno a votare. Anche a Ukunda i seggi elettorali sono ospitati dalle scuole e da qualche altra struttura. Incontro Federico che con orgoglio mi mostra il suo mignolo. Ne avevamo parlato nei giorni scorsi di quanto fosse importante andare a votare se realmente si desiderava esprimere la propria volontà su chi dovesse essere il nuovo presidente. E mi aveva giurato che sarebbe andato a votare. Da lontano vedo anche Ali che sta per prendere un matatu per la spiaggia. Ci salutiamo di corsa e ci diamo appuntamento al pomeriggio per una chiacchierata con Mbete, il direttore della Little Roots Academy, la scuola privata presso la quale, grazie a alcune donazioni ricevute, ho iscritto Ali.
Arriviamo al garage e il meccanico ci offre un chai (tea). Ci sediamo sotto il sole cocente, io sudata come al solito, a bere un chai caldissimo. Tutto in clima con quel che sta accadendo nei seggi. L’esito dello spoglio dei voti avrebbe scaldato in qualche modo gli animi nei giorni a seguire, qualunque sarebbe stato il risultato.
Sono felice di essere qui proprio ora che nel paese che amo forse le cose cominceranno a migliorare. Non si può fare a meno di parlare di politica con tutti. E anche con il meccanico è inevitabile. Il pulmino passa in secondo piano.
In tutto questo parlare non ho dimenticato Sara e chiedo a Moddy di riaccompagnarmi al luogo del mio appuntamento. Salutiamo, ringraziamo per il chai e andiamo.
Sono quasi le 11 e Sara ha ancora tempo per arrivare. Spero abbia fiducia in me e abbia creduto che io sarei venuta a aspettarla. D’altronde, perché avrei dovuto mentirle e prometterle di aiutare la piccina se non ne avessi avuto reale intenzione? Che scherzo crudele sarebbe stato?
Aspettiamo sotto al sole perché sotto la tettoia è pieno di gente che aspetta il matatu.
Sono le 11.20 e tempo e persone continuano a scorrere senza grosse novità. Infinite dita blu e violastre passano davanti ai miei occhi. Di Sara ancora nessuna traccia.
Ma eccola che corre con Queeny legata a sé dal solito kanga. Ci abbracciamo. Siamo tutte e due sudatissime. Non perdiamo tempo a salutarci. Lascio Moddy con la promessa di sentirci presto e corriamo verso l’ospedale.
A volte il pole pole va a finire chissà dove. Mentre corro mi dico che potrei crepare per il caldo che fa. Rallentiamo e parliamo un po’. Sara continua a ringraziare Mungu e mi dice che non ha fatto colazione. E neanche Queeny. E che è un po’ di tempo che Queeny non mangia. O meglio, accetta solo il seno della mamma e non riesce a mangiare il resto. Ha già due anni e Sara oramai non ha più latte da darle. Sono mortificata. Cosa si fa in questi casi?
Mentre chiacchieriamo e camminiamo a passo svelto, di fianco a noi si ferma una macchina. Sara e l’autista parlano in kidigo e io non capisco molto. Ma in pochi secondi mi ritrovo seduta sul sedile posteriore con le mie due compagne. Mi chiedo cosa stia succedendo e chi siano quei ragazzi dentro quella macchina. Ma non oso proferire parola. Penso che sia un taxi e che alla fine dovrò sborsare qualche scellino. E mi dico, vabbé, Sara avrebbe dovuto dirmelo, o quanto meno chiedermi se fossi d’accordo.
E comincio anche a farmi una certa paranoia. E se Queeny non stesse poi così male e Sara si fosse messa d’accordo con questi per rapinarmi? Annamo bene annamo. E’ chiaro che per come conosco questo paese, tutto è possibile. Nella mia mente si consolida una certa forma di rassegnazione a quel che sta per accadermi, quando Sara, quasi a leggermi nel pensiero, mi tranquillizza e mi dice: “E’ mio fratello, ci accompagnano all’ospedale. Non devi pagar niente, stai tranquilla”. E Queeny mi sbava sulla spalla, quasi per tranquillizzarmi pure lei.
Arriviamo a quello che Sara fino a quel momento aveva chiamato ospedale. Risulta essere una piccola clinica privata. Detta così uno potrebbe pensare di trovare una certa igiene, un certo aspetto, una certa pulizia. Ma l’unica differenza tra un ospedale pubblico e questa clinica è che qui si paga, per cui c’è meno gente e si riesce a avere le cure nell’immediato. Se fossimo andate all’ospedale pubblico, forse avremmo dovuto aspettare l’intera giornata senza poi arrivare neanche alla visita per Queeny e a sera saremmo tornate a casa senza sapere nulla sulle bolle della piccolina.
Il dottore è molto gentile e è anche simpatico. Mi fa assistere alla visita. Chiede a Sara in Kiswahili se ha i soldi per pagare e rispondo io, sempre in Kiswahili. Mimi nikupe pesa, usijali. Ti do io i soldi, non preoccuparti. Si stupisce e mi sorride. Sara con un certo orgoglio gli dice che siamo amiche. Queeny gioca con i miei capelli, mentre il dottore spiega che bisogna farle un’iniezione. Quelle bolle sono dovute a una malattia che si prende tramite l’acqua che loro bevono. Ha detto il nome, ma era in kiswahili e non l’ho capito. Ma anche se me lo ricordassi, non saprei dire che malattia fosse. Ma chi se ne frega, l’importante è che il mio peggior timore fosse infondato.
Ad ogni modo, iniezione significa che bisogna distrarre Queen dalla vista della siringa, perché se la vedesse, sarebbe sicura lotta e opposizione, e il dottore avrebbe difficoltà a centrare il bersaglio.
Sara ha un’idea geniale. Tira fuori un seno, e la piccola, giustamente affamata, ci s’attacca a ventosa. E’ il momento giusto per colpire senza essere visti. Pic? Pic un corno. La bambina emette uno strillo acuto da spaccare i timpani. E’ chiaro che capisce di essere stata ingannata. Nel seno non ha trovato latte e per di più è stata attaccata alle spalle. I bambini sono intelligenti.
Io e Sara iniziamo una serie di “Pole” (mi dispiace) per calmare la bimba. Ma non riusciamo a trattenere le risate per quanto è stata buffa l’espressione di Queeny quando s’è resa conto d’avere un ago infilato sulla chiappa. Sara dovrà riportare la bambina nei tre giorni a seguire per altre iniezioni. E poi, su garanzia del dottore, starà bene. Paghiamo 2000 scellini. E andiamo via.
Sara prosegue una serie di ringraziamenti a Mungu e a me iniziati il giorno prima, e camminiamo alla ricerca di un matatu che mi riporti a “casa”. Decido di lasciarle qualche scellino per la colazione, per il pranzo, per i giorni a seguire, perché Sara è sola e Queeny ha bisogno di un’alimentazione regolare. Sara mi promette di portarmi la bambina quando starà meglio, così la farò giocare come al solito. Dice che Queeny si diverte molto quando è con me. E lo so, perché anche io mi diverto molto. Ci infariniamo come cotolette sulla sabbia e poi contiamo fino a 10 prima di correre a lavarci. Lei lava me, io lavo lei.
Il fratellino gemello di Queeny morì tra le braccia di Sara di malaria e di mancanza di soldi per le cure. Sara quella notte era da sola e pensava che non aveva neanche un posto dove seppellire il corpicino del suo bimbo. Questo è Kenya. Questa è Africa.
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Kenya: Diani/Ukunda - Federico parla un buon italiano e lavora per WT-Safaris
Federico è uno dei primi ragazzi che ho conosciuto a Diani Beach nell'estate 2006. Alloggiavo al Papillon Lagoon e in una delle nostre infinite passeggiate, io e Chiara ci spingemmo fino al Diani Sea Lodge. E' li davanti che lavora Federico. Ci disse che lavorava per l'agenzia WT-Safaris, e ci chiese se avessimo già fatto safari, se fossimo già state a Wasini o Funzi e insomma, ci fece tutte quelle domande di rito che il suo lavoro richiedeva.
Io avevo già prenotato il safari con Janoland tours and Safaris, ma Chiara e gli altri non avevano ancora fatto nessuna escursione. Chiacchiera di una cosa, chiacchiera di un'altra, vuoi perché finalmente avevamo trovato qualcuno che parlasse l'italiano, vuoi perché Federico quando ci si mette diventa proprio convincente, accettammo di fare con lui l'escursione all'isola di Wasini.
Come si può leggere dal racconto che ho scritto sul mio primo viaggio, l'escursione per me andò benissimo. Mi sono divertita come una pazza e a Wasini ho lasciato un pezzo di me.
Federico lavora sempre di fronte al Diani Sea Lodge. Un'escursione a Wasini con lui può costare dai 40 euro in su. Nel video dice dai 45 euro in su, ma se gli direte che arrivate da questo blog, sarà disposto a scendere a 40. E se sarete tanti, anche a 35.
Non è detto che prenotando l'escursione con lui, poi lui vi accompagni in escursione, questo perché è stato scelto dalla sua agenzia per stare in pianta stabile sulla spiaggia in attesa dei turisti. Riesce a vendere talmente bene che è importante che ci sia sempre qualcuno che vale e che sappia relazionarsi con la gente. Spesso diventa insistente, ma solo perché c'è una forte concorrenza con i tour operator. E perché diciamocelo, anche in Kenya, gli affari sono affari, e quando uno entra nel giro, difficilmente gli da poca importanza.
Ricordate sempre una cosa importante. Quando fate una promessa, dovete mantenerla. Se date la parola a Federico per una qualsiasi gita, vi prego di mantenerla, perché oltre al fatto che le promesse se non si ha intenzione di mantenerle, è meglio non farle, Federico ha una certa età, e come tutti, quando gli vien detto "ok, farò questa escursione con te", lui si fa i conti su quanto riesce a portare a casa alla sua famiglia. E far saltare in aria quei conti, non lo trovo corretto, né se si tratta di Federico, né se si tratta di qualsiasi altro lavoratore.
Federico è una brava persona, e se gli darete fiducia, vi farà conoscere realtà di Ukunda che a pochi sono note. Sarà anche un buon amico di lunghe chiacchierate. La sua età gli permette di raccontare cose che i giovani d'oggi non conoscono e non hanno vissuto, in un paese dove tutto sembra essere fermo ma in realtà è in continua evoluzione.
Conosco tante altre persone che si sono rivolte a lui per i safari e per le gite che si possono fare da Diani, e finora nessuno è stato deluso.
Per cui mi sento di fargli pubblicità su questo blog e di darvi il suo numero di telefono:
+254710245595
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Kenya: Diani/Ukunda - Al Southern Palms Resort troverete Abdul, Bongo e Zula
Abdul
Bongo
Zula

Abdul, Bongo e Zula lavorano per una delle tante agenzie di Diani Beach e come tanti ragazzi lungo la costa, svolgono il loro lavoro sulla spiaggia, dove l'afflusso dei turisti è cosa certa. Li potete trovare di fronte al Southern Palms Resort. Ho avuto modo di conoscerli grazie a Cosma, uno dei tanti che m'hanno contattato prima del proprio viaggio a Diani per qualche consiglio su come organizzarsi.
Spesso succede che chi va a Diani e incontra qualcuno che io ancora non conosco e non ho inserito nel blog, colga l'essenza e la bellezza di altre persone che meritano una possibilità. E questo blog di possibilità ne da davvero tante. Non tantissime, ma diciamo che dona una certa visibilità a ragazzi che magari di primo impatto non ti danno l'impressione di meritare la tua fiducia.
Avrei dovuto incontrare Cosma in Kenya a agosto 2008, ma per una serie di coincidenze sfavorevoli, non siamo riusciti a trovarci. Gli avevo lasciato il mio numero di cellulare troppo tardi, quando oramai tutt'e due non potevamo leggere le risposte alle nostre mail. E così, una volta a Diani, lui ha fatto la sua vacanza nella zona del Southern Palms e io nella mia zona solita (tra il Diani Sea Resort e il Kole kole).
E è li che Cosma ha avuto modo di trascorrere del tempo con Abdul, Bongo e Zula.
Quando è tornato in Italia, ha trovato il mio numero di cellulare e mi ha contattata via sms chiedendomi di incontrare i tre ragazzi perché a suo dire meritavano un posto nel mio blog.
"Quando sono arrivato a Diani mi sono tuffato subito a vivere il più possibile i giorni che avevo a disposizione, che "in loco" era molto più evidente che non qui quanto fossero maledettamente pochi. Non ho pensato a consultare la mia posta perchè letteralmente non c'era tempo. In ogni modo sono stato bene ed ho vissuto la mia permanenza lì in modo "verticale", quindi più che soddisfacente. E' andata così bene che ora mi ritrovo a Bari a progettare l'invio di un gruppo elettrogeno (e altro...) a Mwakamba, il villaggio di diseredati dietro il fiume a nord di Diani. Ma ti racconterò tutto dopo.
Ora vorrei chiederti se ti è possibile "aggiungere" al tuo blog i nomi e le foto di tre beach-boys coi quali ho legato lì e che, a mio giudizio, lo meriterebbero. Ho parlato loro di te e della tua iniziativa e per contattarti ho potuto solo indicare di rivolgersi ai ragazzi di "Waterlovers". Ora che ho il tuo numero (di lì, credo) vorrei darglielo per sms, ma devo verificare tra poco se tu sei lì e se mi autorizzi a farlo.
I ragazzi si chiamano Zula,Bongo e Abdul. Stanno in permanenza (come tutti i gruppi di B.B.:ognuno un territorio fisso) sul lato sud del Southern Palms."
E così sempre per coincidenze sfavorevoli (telefonate e appuntamenti mancati), io e i ragazzi siamo riusciti a trovarci solo il mio ultimo giorno a Diani. All'appuntamento sono venuti solo Abdul e Bongo. Abbiamo chiacchierato, ho chiesto loro cosa fanno nella zona del Southern Palms, ho cercato di sondare il terreno per capire quanta voglia di lavorare avessero e quanto realmente meritassero un'opportunità.
La simpatia di Bongo mi ha conquistata immediatamente. Di una tenerezza infinita.
Ho deciso di usare le parole di Cosma per descrivere questo trio, che sono certa vi conquisterà.
"Sono felice che i ragazzi ti siano piaciuti. Anche Zula, che non hai conosciuto, è un ottimo elemento. Anzi, è quello che meglio sapeva capire che se non si muovono in avanti da quella condizione, raccoglieranno solo e sempre le briciole di tutti quei 'resorts'. Sapessi anche a me quante idee sono venute per poterli aiutare...ci sto pensando seriamente.
Per ora gli ho promesso, come ti ho scritto nella precedente, un gruppo elettrogeno che dovrebbe bastare per un po' di corrente a tre famiglie di Mwakamba, il villaggio dove abitano.
Che schifo, Roby. Gli manca tutto, in quelle tane di fango, e a 100 metri c'è acqua e corrente elettrica da spreco.
Ci vorrebbe una buona 'botta' di castrismo in Kenya, altrochè...
Va beh, vediamo cosa possiamo fare noi qui e ora..."
Con i ragazzi abbiamo stabilito come al solito i prezzi più giusti da proporre ai clienti che desiderassero fare un safari con loro, una gita a Wasini o Funzi, un'escursione a Mombasa e compagnia bella.
Qui di seguito i prezzi che abbiamo definito:
- Gita a Mombasa - 25 euro
- Safari Tsavo Est - dai 130 euro in su (a seconda di dove andrete a dormire e in base al mezzo di trasporto scelto tra jeep o pullmino)
- Gita a Funzi o Wasini - dai 35 euro in su
- Gita al reef 1300 scellini. Questo prezzo è diverso da quello dei ragazzi che stanno nella zona dal Kole Kole al Diani Sea Resort, questo perché il reef è più lontano e con la barca con il fondo di vetro consumerete più combustibile.
- Risalita del Congo River - 1300 scellini. Questa è una cosa che si fa solo nella zona dal Southern Palms a Tiwi beach. La consiglio a tutti perché arriverete al villaggio di Mwakamba e potrete trascorrere una giornata diversa immersi nella realtà locale, con le famiglie dei ragazzi.
Per gli altri prezzi, se volete farvi un'idea, guardate quelli di Damma tours. Più o meno con tutte le agenzie locali abbiamo definito quei prezzi. E' chiaro che io vi indico i prezzi che potete ottenere dopo una buona contrattazione. Dunque dovrete giocarvela con le vostre energie!
Che dirvi di più. Finora non avevo nessun contatto da offrirvi per quella zona di Diani. E sono certa che questi tre moschettieri vi faranno compagnia nel modo giusto, e l'amore per il loro paese vi verrà trasmesso giorno dopo giorno. Inevitabilmente tornerete in Italia con quello che in molti chiamano mal d'Africa.
Questo il loro contatto:
Abdul (Abdalla Suleiman Mkiamimi), Bongo (Athuman Omar Bagu) e Zula
Cellulare: +254736372429
Se desiderate qualche informazione in più sulla zona, o se desiderate contribuire anche all'acquisto del gruppo elettrogeno per il villaggio di Mwakamba, vi lascio il contatto di Cosma:
kosma@libero.it
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Kenya: Diani/Ukunda - Juma Mwahaya e il suo reef
Juma lavora al Diani Sea Resort. Non è un beach boys, ma lavora per commissione in hotel e fa parte dell'equipe che organizza le escursioni al reef con la barca dal fondo di vetro. Lavorare per commissione significa che se ha qualche cliente, guadagna, altrimenti torna a casa senza soldi.
L'ho conosciuto nell'agosto 2007 in un'occasione particolare. Una mia amica ha conosciuto Ali, il suo cuginetto e ha deciso di pagargli l'istruzione fino al termine della secondary school. Juma ha aiutato me e la mia amica con tutte le pratiche per l'iscrizione alla scuola di Ali.
Al mio rientro in Italia mi ha aiutata per tutte le pratiche per l'iscrizione a scuola del MIO Ali. E ancora oggi è lui che mi tiene aggiornata su ogni particolare riguardo i due bambini.
Juma è un ragazzo straordinario e posso assicurare che ci si può fidare di lui ciecamente. Spero che questo spazio lo ripaghi di tutta la sua bontà e generosità con cui mi ha aiutata senza MAI chiedere nulla in cambio.
Vi porterà al reef con la barca col fondo di vetro, vi mostrerà le bellezze del fondale marino di Diani e sarà a vostra disposizione per qualsiasi necessità.
Juma parla inglese. Mandategli un sms o scrivetegli una mail. Ditegli che vi manda Roberta. Sarà felice di accogliervi al vostro arrivo a Diani e di farvi anche da guida per le vostre escursioni extra, per Ukunda e dintorni.
Ecco i suoi recapiti.
Email: jmwahaya@yahoo.com
Cellulare: +254735225044
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Kenya: Diani/Ukunda - Baobab Beach Resort - Razzie di cibo in hotel
Il video parla da sé:)
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Diani Beach, Devu - Collabora con Janoland/Janotours & Safaris
Guarda il video qui sotto!
Devu collabora con l'agenzia locale di Diani che si chiama Janoland/Janotours & Safari. E' una collaborazione che non gli occupa tutta la giornata in quanto lavora come cameriere presso un hotel della zona di Diani Beach. Per poter aiutare la sua famiglia si è dovuto adattare alle leggi di mercato e alla famosa flessibilità, la stessa che porta me a fare almeno 3 lavori qui in Italia.
E' l'uomo dai mille contatti. Potrà accompagnarvi a Ukunda dal sarto per farvi confezionare un abito in stile africano. Se vorrete mangiare cucina locale o piatti a base di pesce e aragoste, lui ha i contatti giusti e affidabili.
Devu vive in una zona di Ukunda dove alcune case non hanno neanche il tetto. E ogni tanto, quando le sue finanze glielo permettono, da una mano ai suoi vicini di casa.
Lo stipendio medio di un cameriere è sui 60 euro mensili. E' per questo che, nonostante il lavoro in albergo, Devu ha scelto di collaborare anche con Janoland, in modo da poter arrivare a fine mese senza l'acqua alla gola e da poter dare una mano a sua sorella che ha un bimbo e nessun compagno che l'aiuti.
Il bimbo della sorella di Devu ha ora 5 anni e dovrebbe cominciare la primary school a Ukunda. Con i guadagni che otterrà dai contatti che riceverà tramite questo blog, Devu potrà mandare suo nipote in una scuola privata e permettergli di avere un'istruzione adeguata. La scuola pubblica in Kenya è sovraffollata e i maestri non riescono a seguire tutti i bambini nel modo migliore. E' per questo che Devu si impegnerà per avere il meglio per il suo nipotino.
Sappiate dunque che contattando lui per le vostre escursioni, aiuterete anche un bimbo a avere un futuro migliore.
Devu non parla italiano, ma non vi preoccupate, si farà capire benissimo.
Mandategli una mail o un sms prima del vostro arrivo a Diani Beach, ditegli che vi ho dato io i suoi riferimenti e state tranquilli che non vi deluderà.
Qui Devu si presenta da solo. Mentre facevo il video m'è venuta la stupidera e non riuscivo a frenare le risate. Scusatemi!:)
Il suo numero di cellulare è: +254723427426
La sua email è: mohdevu@yahoo.com
Diani Beach, Dicky - Kt-Safari è la sua agenzia
Dicky è il boss dell'agenzia Kt-Safari. E' una persona squisita che si ingegna per trovare le soluzioni più adatte a tutte le vostre esigenze. I prezzi che trovate sul sito sono tutti trattabili. Un buon prezzo per un safari di due giorni allo Tsavo Est resta sempre tra i 140 e 150 euro. Trattare è un obbligo, con lui e con tutti gli altri.
Dove trovarlo? Lui generalmente sta in agenzia, ma sarà sufficiente contattarlo un giorno prima della vostra partenza con un sms e si farà trovare di fronte al vostro albergo. Non sarà difficile trovare per la spiaggia i suoi ragazzi, sempre al lavoro e a caccia di turisti.
L'agenzia Kt-safari devolve parte dei suoi guadagni a una scuola che si trova in una zona poco raggiungibile dal turismo di massa e per la quale sono necessari gli stessi aiuti che siete soliti portare nelle scuole di Ukunda, più facili da raggiungere e più note. Per cui se vi affidate a Dicky, farete anche un'opera di bene.
Il 21 agosto 2007 io e alcuni amici siamo andati a visitare questa scuola. Guardate i video qui sotto. A breve verranno pubblicati gli altri:.
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 1 PARTE)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 2 PARTE)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 3 PARTE - La scuola)
Kenya: In viaggio per Kidongo (Kwale District - 4 PARTE - Gli abitanti di Kidongo)
Kenya: Diani/Ukunda - E questo è Dicky che racconta di Kt-Safaris
Ricordate di segnalare nel vostro sms che il contatto l'avete avuto da Roberta.
Scrivete in inglese.
Il suoi numeri di cellulare sono:
+254720831201
+254734461512 (questo lo usa più spesso)
e-mail: ktsafaris@yahoo.com
Kenya: Diani/Ukunda - Moddy di Dem Boom Tours and Safaris
Mohamed, Moddy per gli amici, nell'estate 2007 ha aperto la sua agenzia di safari e escursioni a Diani Beach, in Kenya. L'agenzia si chiama Dem Boom Tours e Safaris e si trova vicino al King's, in quella serie di nuove costruzioni dove presto altre agenzie locali si trasferiranno.
Moddy viene da un'esperienza passata come autista e guida turistica per conto di alcune agenzie locali, e finalmente quest'anno è riuscito a mettersi in proprio.
La sua agenzia organizza safari anche fuori dal Kenya, in Uganda, Rwanda e Tanzania.
I prezzi offerti sono competitivi ma in ogni caso consiglio a chi si accinge a fare una vacanza a Diani, di farsi fare un preventivo da più agenzie e poi scegliere quella che ispira maggior fiducia in termini di qualità/prezzo.
Contattare Moddy è facile. Sarà sufficiente mandare un sms dall'Italia o direttamente sul posto e lui si presenterà al vostro albergo per raccontarvi cosa la Dem Boom Tours and Safaris può fare per voi.
Cellulare: +254721625747
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Diani Beach, Ali e Saidi: Aragoste, granchi e pesce a volontà
Guarda video qui sotto!!
Questi sono Ali e Saidi. Cosa possono fare per voi? Se vi piacciono le aragoste, i granchi e il pesce, ecco due persone che si adopereranno per organizzarvi pranzi e cene succulente. A aragoste, granchi e pesce si aggiungono riso e frutta a volontà. Dove si mangia? Vi porteranno al villaggio dei pescatori. Vi daranno appuntamento al cancello del vostro Hotel, verranno a prendervi puntuali come un orologio svizzero (strano a dirsi per i famosi tempi Kenyoti, ma è la verità!!), e con un matatu vi porteranno a cena. Il posto dove mangerete è molto semplice, non sarà un ristorante di lusso, ma il cibo è cucinato bene, e è di ottima qualità.
Un buon prezzo? 1200 scellini. Le bibite non sono comprese. E a questa somma dovrete aggiungere il costo del matatu (25 scellini all'andata, e 25 scellini al ritorno).
Vale anche qui quanto detto per Juma (il capitano). Se avrete bisogno di qualsiasi informazione su come organizzare safari, gite, escursioni, potete chiedere a loro e vi accompagneranno mano nella mano da chi ha un'agenzia o da chi si appoggia a un'agenzia. Ricordate di scrivere nel messaggio che il contatto l'avete avuto da Roberta.
Scrivete in inglese.
Ecco il numero di cellulare di Saidi:
Saidi: +254733620829
Diani Beach, Mwinyi e Juma: Tuttofare a Diani Beach
Guarda il video qui sotto!
Mwinyi e Juma sono due ragazzi in gamba che lavorano a Diani Beach. Si ingegneranno per trovare la risposta a qualsiasi vostra esigenza. Un safari, un'escursione, una gita al reef quando la marea è bassa, una cena a base di specialità locali, un giro tra Ukunda e dintorni? Loro sono le persone che cercate. Sempre sorridenti e disponibili, vi scorteranno per le strade del distretto di Kwale e renderanno i vostri ricordi indelebili nella memoria.
Per l'organizzazione dei safari vi accompagneranno dal titolare dell'agenzia e vi verrà rilasciata regolare ricevuta.
Mwinyi è stato il mio primo studente quando sono arrivata a Diani Beach. Parla un po' di italiano, per cui se avete difficoltà con l'inglese, lui saprà venirvi incontro con poche frasi che ricorderà (mi auguro!!! ahah). Juma non parla italiano, ma la sua simpatia vi travolgerà e riuscirete a capirvi senza problemi. Donne, attenzione, Juma sta cercando una fidanzata italiana. Mi ha chiesto esplicitamente di scriverlo anche sul blog. E detto, fatto:)
E' carino, simpatico, intelligente e bravo. Ma non sta a me dirvelo!
A parte questo, di questi due ragazzi potete fidarvi. Sono davvero disponibili e gentili, i loro sorrisi vi cattureranno e vi accompagneranno per le strade di Ukunda e dintorni.
Se desiderate contattarli, fatelo un giorno prima del vostro arrivo a Diani e loro si faranno trovare di fronte al vostro albergo all'ora stabilita.
Dite loro che avete avuto il contatto da me, Roberta e che ho mantenuto la promessa anche sull'annuncio di Juma :))))
Cellulare: +254710267945
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Diani Beach, Mama Simon - Un arcobaleno di parei, kikoi e kanga
Non ha un numero di cellulare né un indirizzo email, ma sarà sufficiente recarvi vicino al Papillon Lagoon e chiedere di lei. Ditele che vi mando io, la sua figlia italiana Roberta.
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Kenya: Agosto 2007 - Diani/Ukunda: Un mese e mille cose inconcluse
Sono tornata
Sono di nuovo qui. Qui. Qui dove? Qui dove i piedi sono ben saldi al terreno, dove le giornate hanno ritmi di sei ore in sei ore come le maree, qui dove i bambini sembrano dei piccoli adulti e possono andare liberi per strada rispettati e protetti da tutti, qui dove il sole si sveglia all'improvviso al mattino e se ne va a dormire con la stessa violenza alla sera.
Qui, dove i ragazzi hanno deciso che per sopravvivere ogni espediente è buono, qui dove i miei valori hanno un valore diverso e dove quelli degli altri sono prepotenti e più comprensibili dei miei. Qui, dove quello che per me è immorale o ingiustificato, trova la sua perfetta collocazione e il suo senso in un sistema così diverso dal mio.
Starò qui per quattro settimane. Non mi par vero. Cosa sono venuta a fare ancora una volta qui da sola? Cosa mi ha portata qui e cosa mi ha spinta a decidere di restarci per quattro settimane?
Cosa troverò di diverso da tutte le altre volte? Perché ho scelto ancora una volta il Kenya e soprattutto la zona di Ukunda? Perché non sono andata in Madagascar? Era li che dovevo andare nel 2006, quando invece mi sono catapultata qui, dove la realtà delle cose è ben diversa da quella che un turista che ci sta per una settimana immagina.
Un turista settimanale arriva qui, vive una settimana in albergo, esce una volta, forse due per andare in paese e crede subito che sia paradiso, un paradiso dove la vita è semplice e le giornate sono condite di sorrisi e bambini che regalano gioia. Poi c'è la verità di molte turiste arrivano qui e si innamorano. E tornano a casa credendo che il mal d'Africa sia una sofferenza dovuta alla nostalgia dei luoghi, quando invece hanno solo nostalgia di un ragazzo conosciuto per pochi giorni e che le ha fatte sentire uniche nell'universo.
Il condimento di una vita qui è fatto di ben altro, di amare notti insonni dovute a pasti saltati un giorno si e l'altro pure, di pianti nascosti da donne che dormono così poco eppure sono bellissime e hanno meno rughe delle nostre donne come se il segreto dell'eterna giovinezza stia altrove e non in interminabili dormite, di bambini che si svegliano alle 5 del mattino per andare a scuola a piedi, perché la famiglia non può permettersi di pagare tutti i giorni il bus della scuola o il matatu. Un giovane keniota vuole poter sognare pure lui, vuole poter arrivare a fine giornata con l'idea che ci sia un futuro pure per lui e per la sua numerosa famiglia.
Qui i ragazzi hanno la certezza che altrove, ovunque, purché non si parli di Kenya, la vita sia migliore. E tu, turista dalle mille e una notte, sei una speranza. Una speranza che per loro la vita possa cambiare, grazie a te e ai tuoi soldi.
Mombasa mi accoglie dandomi un pugno sullo stomaco. E' sempre più caotica ogni volta che ci incontriamo. E in periferia si raccolgono le baracche dei più miserabili, quelli che se ti incontrano per strada ti rapinano con un'arma piuttosto rudimentale ma efficace. Si, li ho visti i bambini che ti chiedono tutti i soldi che hai o ti colpiranno con le loro feci che tengono accuratamente nascoste in una mano dietro la schiena. Cosa fai? Ti opponi?
Ho la videocamera puntata sul mondo circostante. Tutto viene catturato nelle mie mini DV e mi rassicuro pensando che una volta in Italia potrò riguardare tutto con l'impressione di essere ancora a Mombasa. I matatu sfrecciano a velocità incredibili, il traffico scorre per un po' e agli incroci si creano ingorghi inevitabili, il disordine regna sovrano tra gente a piedi, tuk tuk e matatu.
Sul mio pullman ci sono persone che sono in Kenya per la prima volta, altre che ci sono state tanti anni fa e la donnina del tour operator. Questa inizia a raccontare quel che deve raccontare, tra raccomandazioni contro i beach boys e la pericolosità di andare in giro da soli. Mi chiedo in base a che criteri vengano scelte le persone che si devono occupare di accompagnare i turisti da Mombasa all'Hotel. Si, alloggerò in Hotel anche questa volta. Non me la sento ancora di avventurarmi in una casa a Ukunda da sola. E credo che non me la sentirò mai per ragioni che spiegherò più avanti. Insomma, questa donnina ha un italiano pessimo, non mostra nessun entusiasmo e amore per il paese, non ha il sole dentro e nel dire che Mombasa è una città multietnica, che "incontreremo persone di tutti i tipi, indiani, africani, kenioti E GENTE DI COLORE", dimostra immediatamente il livello della sua istruzione e cultura.
Non mi piace chi dice gente di colore.
Come non mi piace chi classifica tutte le persone conosciute in Kenya con il termine Beach Boys. Ho sempre odiato le etichette. Lo scorso anno, al mio rientro dal Kenya ho scritto un racconto in cui parlavo degli amici conosciuti a Ukunda. Per il fatto di averne nominati parecchi, la redazione del portale su cui ho pubblicato il racconto, l'ha deppubblicato più volte senza darmi spiegazioni. Poi ho capito che era perché secondo la redazione il mio racconto era pubblicità ai Beach Boys. Ossia, facevo pubblicità ai kenioti? Se si legge attentamente quel racconto, io parlo di amici con cui esco per Ukunda, di studenti a cui insegno italiano, di persone che hanno condiviso con me il mio Kenya. Il problema era forse che erano amici africani anziché europei? Ho vissuto quell'intervento sul mio racconto come un intervento piuttosto razzista. Potevo andare in giro con europei e nominarli senza avere problemi, ma non potevo andare in giro con kenioti e nominarli perché per la redazione tutti i kenioti erano beach boys? E che male c'è ad avere un beach boys per amico? Odio il termine beach boys.
E' come dire negri, o GENTE DI COLORE. Gente di colore, ma come cazzo si fa a dire gente di colore, ragazzi di colore?
Kenioti è così difficile da dire? Africani è così difficile da dire?
I kenioti ci chiamano europei. Se io vado per le strade di Ukunda, sono una mzungu, non una ragazza di colore bianco. E allora che diritto abbiamo noi di chiamarli "ragazzi di colore", "neri"... L'ignoranza mi fa incazzare.
E il discorso sulla malaria che viene sempre fatto su questi pullman dei tour operator, mia fa girare le ovaie vorticosamente ancor di più. La malaria viene descritta come una semplice influenza che non potresti mai prendere perché tu non ti avventurerai mai a Ukunda con i terribili beach boys. Come se la zanzara anophele vivesse solo a Ukunda, e sapesse che arrivata al gate di un Hotel lei non potesse entrare. Ma smettiamola di dire castronerie di questo tipo.
"Zanzare ce ne sono pochissime. Non ne vedo dai tempi dei portoghesi." Ma per favore. Sai, cara donnina, io a maggio ho avuto la malaria. L'ho incubata a dicembre del 2006 e guarda un po', è stata una zanzara keniota a regalarmela. Nell'hotel in cui ho alloggiato di zanzare ce ne erano. Inutile continuare a tentare di nascondere che le zanzare ci sono. Se il Kenya è considerata una zona a rischio malaria, un motivo ci sarà. Continuerò a fare la profilassi e prendermi cura di me ogni volta che ci tornerò.
Caro turista, se scegli il Kenya come meta delle tue vacanze, sappi che corri il rischio di prendere la malaria. Una volta che sei veramente cosciente che puoi prenderla, puoi partire. E smettila di andare sui forum a chiedere quante zanzare hanno contato quelli che sono stati in Kenya prima di te.
E' in base a questo numero che decidi se partire o meno? Te lo dico io quali numeri devi guardare. Ogni anno in Kenya muoiono ancora di questa malattia 34.000 bambini: un numero che rappresenta circa il 90% del totale dei decessi da malaria nel Paese. Assodato questo, puoi decidere se partire o no e se fare la profilassi o no.
Questo penso nel tragitto che mi avvicina sempre di più a Ukunda per la quarta volta. Mi aspetto qualcosa? Niente. Non ho la più pallida idea di cosa troverò. Ecco Ukunda. Ecco l'incrocio dell'African Pot. Ecco i matatu. Ecco la vita che ho lasciato sette mesi fa. Il filmato continua a girare e spengo la videocamera solo quando arrivo nella zona degli alberghi.
Penso che sto per farmi una doccia, e correre in spiaggia a salutare i miei amici. Nessuno sa che sono qui. Nessuno si aspetta di vedermi così presto.
E' il 28 luglio del 2007, le grandi piogge hanno fatto il loro corso e la nuova ondata di turisti porterà tanto lavoro a tutti.
Mi chiedo se i miei ragazzi sono pronti a rimboccarsi nuovamente le maniche, mi chiedo se hanno capito che è giusto che se le rimbocchino anche quando io non ci sono, mi chiedo se è rimasta qualche traccia delle mie lezioni di italiano, se si ricordano ancora tutti di me, se anche loro hanno riservato un posto tutto per me nei loro cuori, così come io ho un posto per ognuno di loro nel mio.
L'albergo è il più bello che io abbia mai visto finora nei miei viaggi. L'accoglienza alla reception è come al solito impeccabile e finalmente incontro quella che sarà la mia "casa" per quattro settimane. Una camera enorme, un bagno enorme, una veranda enorme. E io mi sento così piccola. Mi impossesso degli spazi immediatamente. Disfo la valigia, metto tutto a posto e la camera diventa subito il rifugio che parla di me. Un po' di disordine qua e là. Doccia. Sono pronta.
Nonostante la donnina tour operator ci avesse raccomandato di farci trovare a una certa ora per il brief in cui tale Francis ci avrebbe raccontato la rava e la fava su tutte le escursioni da fare, pranzo al volo e mi lancio di corsa in spiaggia. Di corsa, mi piacerebbe, ma appena incontro gli omini della piscina mi fermo a chiacchierare. Viene fuori che lo staff dell'hotel non parla italiano. E si prenotano per le prime lezioni dei prossimi giorni.
Non mancano le prime avances, e non mancano le mie risposte secche: "non sono qui per trovare un uomo! So bene come funziona qui."
Arrivo in spiaggia. E una nuvola di persone si accorge della mia presenza e faccio lo stesso effetto che una pozza d'acqua fa ai bufali in savana. Si solleva un polverone di gente che inizia a correre verso di me. Sono un po' agitata, ma la felicità che provo è inenarrabile.
(to be continued)
Da Diani Beach, il 4 agosto 2007 decido di andare a Nord di Mombasa per scoprire l'altra faccia della medaglia: Malindi e Watamu.
Malindi
L’avevo deciso quand’ero ancora in Italia. Dovevo assolutamente conoscere Malindi.
Quando lo scorso anno ho scelto Diani come meta del mio primo viaggio in Kenya, l’avevo fatto perché ero sicura che a Diani avrei trovato pochi turisti italiani. Avevo letto parecchio su Internet e Malindi veniva considerata dai più la Little Italy keniota. Io non volevo assolutamente andare in un posto dove avrei dovuto avere a che fare con troppi italiani.
A Diani avrei potuto fare pratica con il mio inglese pessimo, e avrei potuto mettermi seriamente alla prova. Sarei stata in grado di cavarmela con un inglese che fa ridere i polli? Sarei stata obbligata a comunicare in qualche modo e a abbattere tutti i muri della mia timidezza. Si, perché io sono timida, che ci crediate o no.
La conquista di Diani Beach e di Ukunda è stata un successo, e questa zona è diventata ormai casa mia. Quando torno li è come tornare in Sardegna dai miei amici e dalla mia famiglia, ho qualcuno che mi aspetta, e l’accoglienza è sempre piena di abbracci e di affetto.
La mia avversione verso la zona nord di Mombasa era quasi diventata un capriccio. E soprattutto col trascorrere dei giorni mi è sembrato di non volerci andare per non rinunciare al tempo che invece avrei potuto dedicare alla mia Ukunda e ai miei amici. E così, in procinto di partire per la mia quarta volta a Diani, mi sono messa in testa che un salto a Malindi l’avrei fatto. Ho contattato un’amica che vive a Malindi da anni e le ho chiesto se riusciva a trovarmi una camera a pochi euro.
Detto fatto. Avevo prenotato 4 giorni a Malindi per 10 euro a notte. Quando il 28 luglio sono arrivata a Diani e ho fatto la mia solita discesa in spiaggia, mi sono sentita subito in colpa per aver destinato 4 dei miei 28 giorni in Kenya alla scoperta di Malindi e dintorni. I miei amici mi hanno fatta sentire talmente a casa che mi sono sentita egoista nell’aver deciso di lasciarli per quattro giorni.
Ma oramai era fatta. Avevo preso accordi e comunque è giusto quando si va in un paese, cercare di conoscere tutte le facce del cubo. Si, perché il Kenya non è una medaglia con solo due facce. E’ sicuramente un cubo. Come quello di Rubik, che so già fare da quando ero in seconda elementare. E nella mia testa trovavo giusto cercare di fare tutte le facce del cubo del Kenya. Ukunda è come la faccia bianca del cubo di Rubik, è quella che si fa per prima e poi di seguito le altre. Quella di Diani Beach e Ukunda è la faccia che oramai so comporre anche senza guardare. Nei ricordi è tutto talmente nitido che se chiudo gli occhi ti posso accompagnare per le strade di Ukunda senza farti perdere.
Mi metto d’accordo con Anthony. Mi promette che mi metterà a disposizione la sua macchina per andare a Malindi insieme. Lui ne approfitterà per fare visita a sua madre e alle sue sorelle e io mi godrò questa gita fuori porta. Confesso che spero fino all’ultimo momento che Anthony mi dia buca e io sia costretta a rinunciare a questo sacrificio. Si, lo vivo come un sacrificio.
Venerdi 3 agosto mi arriva un messaggio da tale Victor che mi dice che è d’accordo con Anthony per passarmi a prendere alle 7.00 del mattino seguente per portarmi a Malindi. Mi chiedo dove sia Anthony in tutto questo, ma non importa, sono abituata al fatto che è sempre immerso nel suo lavoro e che probabilmente non ha trovato modo di liberarsi per venire con me.
Mi arriva subito dopo un sms di Anthony che mi dice che verrà con Victor e di non preoccuparmi.
Accidenti, allora sto davvero per partire? Io non ci voglio andare. Questo mi dico nella testa. Non ci voglio andare. Ho appena iniziato le lezioni di italiano a Carol e Habiba, e Kalume mi sta aiutando a migliorare il mio kiswahili. No, non ci voglio andare. E mi addormento con questi pensieri.
Mi sveglio presto. Alle 4 sono già vicino alla reception. Perché così presto se l’appuntamento è alle 7.00? Perché alle 4 Claudia se ne andrà. Si, la mia piccola Claudia partirà e voglio abbracciarla ancora prima che vada via.
Le faccio una sorpresa. Lei non s’aspettava che mi sarei alzata così presto solo per salutarla. Ma io gliel’avevo anticipato la sera prima. Non potevo perdere gli ultimi minuti con lei. Li vedo, si, li vedo i suoi lacrimoni pronti a scendere. Ma non si può più fare niente. Lei chiede a sua madre se può restare con me, ma è retorica, non si può. Ci stiamo separando, ma un pezzo di cuore verrà via con te, e un pezzo del tuo resterà qui con me. Questo penso.
L’angelo con le treccine va via e io vado a fare colazione. Ci sono anche Barbara e Thimoty. Gli dico che sono molto triste per la partenza di Claudia e che mi sembra incredibile essermi legata così tanto a una bambina di dodici anni. Quanto mi mancherà.
Per loro si preannuncia una giornata di safari. Faranno solo una giorno perché non si sentono di fare due giorni.
Alle 6.30 sono già al gate dell’hotel e chiacchiero con Thimoty e Barbara. Stanno per andare a Shimba Hills con Solomon. Solomon è in ritardo. Sono preoccupati e temono che Solomon li bidonerà. Io li tranquillizzo dicendo loro che un quarto d’ora di ritardo ci sta anche. Che è tutto nella norma. Siamo in Kenya, tutto pole pole, c’è il fuso orario di 15 minuti.
E infatti ecco che Solomon arriva sul pulmino dell’agenzia per cui lavora e ci illumina tutti col suo sorriso. Loro partono e per me continua l’attesa di una macchina che non voglio che arrivi. Nel frattempo arrivano al gate altri ragazzi che stanno andando chi in safari, chi a Wasini, chi a Funzi. Tra me e me mi dico che vorrei più riandare a Wasini e Funzi che andare a Malindi. Ma oramai ci siamo Roby, devi smetterla di rifiutare che sei in partenza per la zona nord di Mombasa.
Mi rilasso pensando comunque che non vedo l’ora di riattraversare Mombasa e di vedere nuovi villaggi lungo la strada. Mombasa mi fa sempre un effetto Gardaland. Entro e esco sempre scombussolata per tutte le contraddizioni che si incontrano a ogni suo angolo.
E’ l’unico posto dove a volte sembra che non gliene freghi a nessuno che ci sia una mzungu per le vie. La gente comincia a correre anche a Mombasa. Si, la fretta che si vede a Milano, a Mombasa la vedi. Non dappertutto, ma in tanti rioni di Mombasa la gente corre, è in ritardo, e soprattutto è preoccupata di questo ritardo. Non sembra Kenya. Il keniota medio è in ritardo di default e non se ne preoccupa minimamente.
E così mentre penso queste e altre cose, arriva una macchina bianca, alla guida c’è Hamisi, di fianco a Hamisi c’è Victor e dietro c’è Anthony. Mi dico che forse andremo a Malindi in quattro così tutti possono rivedere le loro famiglie.
Salgo in macchina e Anthony mi dice che la notte prima la sua macchina s’è rotta, che quella non è la sua macchina e che per il mio viaggio dovrò pagare 7000 scellini. Mi dice anche che non verrà con me a Malindi perché deve lavorare.
Gli dico subito che gli accordi non erano questi, che lui aveva promesso che mi avrebbe accompagnata personalmente a Malindi senza farmi spendere un centesimo, e che io quei soldi non ce li ho, che mi sto portando dietro solo i soldi per pagare la camera e qualche altro scellino per andare in giro per Malindi e dintorni.
Tra me e me canto vittoria perché è un’ottima ragione per saltare questo viaggio che non volevo fare, però mi arrabbio con Anthony e gli dico che non ha mantenuto la promessa che mi ha fatto, gli dico che di questo viaggio gliene avevo parlato prima che partissi per il Kenya e che tutto doveva essere come da accordi. Infine, gli dico di farmi riportare all’albergo, che non se ne fa più niente.
Hamisi e Victor parlano tra loro in swahili chiedendosi l’un l’altro cosa sta succedendo. Gli rispondo in swahili e gli dico che avevo preso accordi con Anthony che mi aveva garantito che non avrei speso neanche un centesimo e che ero molto delusa perché avrebbe potuto avvertirmi prima. Avrebbe potuto mandarmi un sms la notte stessa dicendomi “Cara Roberta, la macchina è rotta, ti va bene se andiamo con il taxi di Hamisi? C’è da pagare 7000 scellini”. Avrei potuto quindi scegliere di non partire, o comunque avrei almeno potuto trattare sul prezzo che mi sembra eccessivo, dato che qualcun altro mi aveva proposto di accompagnarmi a 2500 scellini.
Allora continuo dicendo loro che voglio che mi riportino indietro. Hamisi e Victor mi guardano e scuotono la testa. Penso tra me e me che stiano pensando “Ah, questi mzungu non sono mai contenti! Ah italiani!” E invece mi stupiscono perché mi propongono di accompagnarmi comunque almeno fino a Mombasa, mi dicono che mi faranno pagare solo 1300 scellini e poi da Mombasa posso prendere il matatu per Malindi. E aggiungono che non vogliono vedermi triste.
Li trovo molto generosi in questa offerta, e ci rifletto su. Penso che comunque loro due si sono svegliati presto per lavorare per me e che sicuramente anche con loro Anthony non è stato completamente chiaro.
E così decido di accettare. Anthony per farsi perdonare mi dice che verrà con me, che manderà qualcun altro all’appuntamento che aveva e che non vuole che io sia delusa da lui. Gli dico che va bene, ma che non si deve comportare così, che se ci sono contrattempi lui deve avvisare sempre le persone con cui prende accordi, sennò queste non si fideranno più di lui. Mi dice che non capiterà più.
E finalmente il viaggio ha inizio. Passiamo per Ukunda. Hamisi deve prima mettere benzina al Taxi. Andiamo al distributore e dopo tutta una serie di saluti a amici che vengono a chiedermi cosa ci faccio li a quell’ora, mi rilasso guardando la mia Ukunda.
La mattina Ukunda è proprio bella. Le scuole sono finite e i bambini sono per strada. Le mosche sono ovunque e la gente sta sulla porta dei bar perché dentro fa veramente caldo. Salutare chiunque è d’obbligo e ci si ferma parecchio tempo anche solo per chiedersi in mille modi come stai. E le risate suonano ritmi improponibili per il mio kiswahili del mattino.
Anche Ali è in giro da presto con suo fratello, e passa anche lui a salutarmi dal finestrino. Mi stampa un bacio sulla guancia destra e io gli dico che ci vedremo mercoledì prossimo perché vado in vacanza. Lui ride perché mi dice che sono già in vacanza e mi dice anche che non dovrei svegliarmi così presto e fare tutto quello che faccio se sono in vacanza.
Sono le 8,30 e siamo ancora qui. Forse è destino che io Malindi non la incontri mai. Mi chiedo se mentre sarò via Carol e Habiba studieranno dagli appunti che hanno preso, e se Fridah farà pratica con i clienti dell’hotel. E mentre penso incontro gli sguardi e i sorrisi di tanti sconosciuti a cui non mi sono ancora presentata, ma che mi salutano perché loro in qualche modo mi riconoscono e mi dicono che si ricordano di me.
Partiamo. Sento uno strappo dentro. Sto davvero andando via. Ma dai, sono solo quattro giorni.
Assorta guardo le campagne e le capanne ai bordi delle strade. Donne e bambini sulle loro spalle, bambine avvolte da parei colorati e uomini a volte scalzi che forse pensano al lavoro, che forse non ce l’hanno, che hanno speso gli scellini guadagnati il giorno prima in due birre e qualche sigaretta. Quando scrivo queste cose mi sembra di ripetere sempre lo stesso copione, ma è questo che vedo ogni volta, è questo che si ripete sempre davanti ai miei occhi. Mombasa e la gente a piedi sul Likoni Ferry, le strade di campagna che sembrano disabitate e all’improvviso sputano fuori dei bambini come fossero semini di un’anguria, i piedi scalzi che non puoi fare a meno di notare, i bambini che non sono più bambini già a sette anni perché si portano sulle spalle i più piccoli. Tutto questo non finirà mai di riempire i miei ricordi, tutto così uguale alla volta prima e così speciale ogni volta che lo rivedo.
Mi sento sempre più a casa. Mombasa arriva in un attimo. Ci stava aspettando, viva e in movimento più che mai. Siamo pronti a salire sul Likoni. Anthony scende dalla macchina perché dice che se stesse in macchina potrebbe avere problemi con le guardie, per cui è meglio che lui vada con la gente a piedi. Anche io voglio andare con la gente a piedi. Che è sta storia? Mi dice che ci vediamo dall’altra parte, quando la piattaforma arriverà sull’isola di Mombasa.
Eccole le facce da Likoni Ferry. Sono come le facce da tram di Milano. Tutti assorti nei loro pensieri, tutti pronti a scattare appena si arriverà alla fermata, tutti certi che se non correranno arriveranno in ritardo con chissà quali grosse conseguenze.
Me le ricordo tutte le volte che sono stata in mezzo alla gente a piedi. Una mzungu con le infradito tra la gente di Mombasa. Quando si arriva a terra, della mzungu non gliene frega più niente a nessuno, si deve correre e arrivare da qualche parte prima che sia troppo tardi.
Hamisi e io chiacchieriamo mentre il traghetto va e la gente a piedi pensa. Gli chiedo da quanto tempo lavora con i taxi. Mi dice che è talmente tanto tempo che non ricorda. Mi dice che è molto contento per il suo lavoro, che è faticoso, ma che a Ukunda è un lavoro che rende bene. Gli dico che gli farò pubblicità, che il suo numero di cellulare comparirà sul mio blog, così quando qualche turista italiano vorrà un taxista a disposizione per muoversi a destra e a manca per Ukunda, potrà rivolgersi a lui. Mi ringrazia e continuiamo a parlare. Mi dice che la notte spesso fa fatica, e che ha i ritmi tutti sfasati. Gli dico che anche in Italia i taxisti lavorano anche la notte e che so che è dura perché immagino anche che lui abbia famiglia e che si possa godere i figli pochi momenti durante la giornata.
E mi dice che è proprio così, che la mattina lui torna a casa e dorme. I bambini sono a scuola, e può vederli un po’ la sera prima di attaccare col lavoro. Gli dico che è importante lavorare, perché senza il suo lavoro i suoi bimbi non potrebbero andare a scuola e mangiare ogni giorno. Lui mi dice che è fortunato, che se l’è cercata la sua fortuna, che ha preso la patente molto presto e ha cercato subito lavoro. Mi dice che spera di avere una macchina tutta sua al più presto. Quella che sta guidando è del suo capo, per cui lui guadagna solo una percentuale sugli incassi di ogni notte.
Gli auguro che il suo sogno diventi realtà. E arriviamo sulla terra ferma. Anthony ci aspetta non troppo distante. Hamisi ci accompagna fino alla fermata del matatu per Malindi e ci saluta. Mi dice che gli ha fatto piacere incontrarmi e che se avrò bisogno di lui quando tornerò a Ukunda, posso chiamarlo. Grazie Hamisi, ti chiamerò di sicuro.
E ora tocca a me e Anthony correre. Si, perché di matatu in partenza per Malindi ce ne sono tanti, ma noi dobbiamo prendere proprio quello laggiù, quello davanti a tutti gli altri. Ma perché? Perché non ne prendiamo uno qualsiasi? Tanto prima o poi arriveremo.
Anthony dice che così arriveremo prima. Ecco cosa scopro. Scopro che Anthony sta diventando europeo. Ha immagazzinato il concetto di arrivare prima e in fretta. Haraka haraka. Ma perché? Perché si pensa che se non si va in fretta non si arriva da nessuna parte? Ma questo lo pensano gli europei. Perché lo pensi anche tu Anthony?
Eccomi di nuovo su un matatu dove sono l’unica bianca. Una bianca che va a Malindi con uno zaino. Sembra che gli sguardi della gente si chiedano come mai una mzungu viaggi senza valigia.
Mando un sms a Donatella e le dico che arriverò un po’ tardi, che appena arriverò comprerò una scheda keniota e che la chiamerò. E’ vero, è vergognoso che mi trovo in Kenya da una settimana e ancora non ho un numero Safaricom su cui essere rintracciabile.
Nel tragitto tra Mombasa e Malindi Anthony mi racconta della sua bimba, di quanto è bella, di quanto sta lavorando per farle avere un futuro migliore di quello che può avere lui. E’ vero, l’ho notato subito, dal primo giorno in cui l’ho incontrato in ste vacanze che Anthony sta lavorando davvero tanto. E’ una molla che non si ferma mai, va da una parte all’altra, da un cliente all’altro. Gli dico che sono fiera di lui, ma che deve avere cura di sé e non deve dimenticare mai i valori che ha sempre avuto. Ritorniamo anche sul discorso del mattino, e di quanto sono rimasta male per il contrattempo che c’è stato. Gli dico che è sempre meglio dire la verità e per tempo, piuttosto che aspettare e vedere come va.
Sembra capire il mio discorso. Parliamo di tante cose, mi racconta di tanti progetti che ha per poter fare qualche soldo in più. E comincio davvero a credere che sia davvero entrato nell’ottica dell’imprenditore europeo. Ha mille idee e mille spunti per realizzarle. A distanza di un anno mi trovo davanti a una persona che si è svegliata, e ha cominciato a farsi un culo grosso così per realizzare i propri sogni. E’ una cosa rara tra le persone di Ukunda. Sono contenta per come stanno andando le cose per lui e gli auguro di non perdersi per strada, perché i soldi, diciamocelo chiaramente, danno alla testa. Più se ne hanno, più se ne vogliono avere e spesso si cerca di farli anche in maniera disonesta. Parliamo di onestà e lui dice che cercherà sempre di essere onesto. Gli credo.
Malindi si avvicina e io sono elettrizzata. Passiamo vicino a Kilifi e mi riprometto di tornarci settimana prossima. Kalume mi aveva chiesto se volevo accompagnarlo a salutare degli amici nel suo giorno libero. E gli avevo risposto di si. E ora che Kilifi è davanti ai miei occhi sono davvero contenta di aver risposto di si. Voglio proprio visitarlo meglio questo posto.
E non vedo l’ora che sia settimana prossima per venire qui con Kalume.
Passiamo vicino a Watamu ma non vedo niente. Anthony mi indica il parco marino, ma il bus sta correndo troppo forte e il sole sugli occhi non mi aiuta. Superiamo Mida e Gede e io non riesco a fare nessuno scatto nella memoria. Ma mi riprometto di tornarci con calma nei prossimi giorni.
Ci siamo. Malindi Town. Si scende. Anthony prende il mio zaino e mi dice che dovremo camminare un po’. Io sono felicissima di camminare, perché così comincerò a farmi un’idea di questo nuovo posto. E l’idea è subito molto confusa dall’infinita quantità di Tuk Tuk che corrono da una parte all’altra e che si fermano appena ti vedono per chiederti se possono portarti dove stai andando. C’è il traffico. Si, a Malindi c’è il traffico. E tanto rumore.
Compro subito una scheda telefonica e finalmente posso entrare in contatto con i cellulari kenioti. Chiamo Donatella e le dico che sono arrivata. Lei è alla Barclays a sbrigare delle commissioni. Mi dice di farmi portare li. E obbedisco. Camminiamo, scatto foto con la memoria e comincio a incuriosirmi di tutto quello che sicuramente c’è nei dintorni di questa Mombasa in miniatura. Sicuramente ci saranno dei villaggi qui intorno, mi dico e sicuramente è un attimo andarci.
Dico a Anthony che se vuole può andare pure e lo ringrazio per avermi accompagnata. Mi dice che aspetterà con me che Donatella finisca in banca. E mentre aspettiamo, ecco arrivare uno alla volta tanti amici di Anthony. Si, perché lui è originario di Malindi. Tutta la sua famiglia vive li. Per cui lo conoscono in tanti. Assisto ai saluti di routine che durano almeno mezz’ora e rido come una matta perché non mi stancherò mai di questi convenevoli.
Mando un sms a Bianca e le dico che sono a Malindi e resterò li per quattro giorni. Non andrò più a Watamu per i due giorni come le avevo detto, ma spero comunque di vederla. Mi dice che magari domani verrà a trovarmi.
E’ bizzarro come ci siamo conosciute. Grazie a un forum su internet ci siamo messe in contatto e ci siamo promesse che una volta in Kenya avremmo dovuto incontrarci per forza.
E sta succedendo, domani ci incontreremo.
Finalmente l’incontro con Donatella. Eccola, scattante, allegra e piena di adrenalina subito mi travolge con la sua solarità. Le presento Anthony, le dico che è venuto fin li solo per accompagnarmi e che ora se ne tornerà a Ukunda perché ha da lavorare. Saliamo sul suo mitico motorino rosso, e ci dirigiamo verso Mtangani, un piccolo villaggio fuori Malindi non troppo lontano dalla città. La gente non ci toglie gli occhi di dosso, due donne mzungu su un motorino. Roba da far drizzare i capelli.
Sono felice che non vivrò in città. Appena imbocchiamo la strada sterrata che da Malindi porta nella zona di Mtangani, il mio volto si illumina di gioia. Abiterò in campagna, dove probabilmente potrò vedere qualcosa di più bello di una città caotica come Malindi.
Memorizzo ogni dettaglio della strada che porta a casa mia perché da domani dovrò cavarmela da sola e dovrò ricordarmi come tornarci senza Donatella. Per strada incontriamo qualche gruppo di ragazzini che vanno chissà dove, dei ragazzi un po’ più grandi sui boda boda, e delle donne con ceste e bidoni d’acqua sulla testa. Mi piace questa zona. Qui si che mi sento di nuovo in Kenya.
Arriviamo a casa di Donatella e mi da le chiavi della mia casa. La mia casa. E’ incredibile. E’ una villa enorme e ci abiterò da sola. Si chiama Villa Angelina e ha un giardino talmente grande che se avessi dei bambini, potrebbero correre e giocare a nascondino per tutto il giorno.
Fuori dal cancello si materializzano immediatamente dei pargoli incuriositi da questa nuova mzungu. Mi presento, batto cinque a quelle manine e entro in casa.
La porta di casa è aperta. Dentro c’è Nicholas. Nicholas sta preparando tutto per me. Ci presentiamo e lui subito mi sorride. Mi mostra la mia camera, e sono davvero entusiasta. E’ tutto così grande e io sono una sola, e piccola.
Quella casa appartiene a una signora italiana che in quel momento non è in Kenya e che ogni tanto affitta le camere a chi ne ha bisogno.
Sono stata proprio fortunata. Dico a Donatella che vado a farmi una doccia e che la raggiungo a casa sua al più presto.
Disfo lo zaino. Non che ci fosse niente da disfare, però tiro fuori le poche cose che mi sono portata. E creo subito disordine. Mi piace impossessarmi dei luoghi mettendo i miei oggetti un po’ ovunque.
Shampoo, sapone e costume. E via, dentro la doccia.
C’è un problema, dal microfono della doccia non scende acqua. Ma ecco che vedo un rubinetto basso all’altezza delle ginocchia. Apro, mi inginocchio e mi lavo così. Non lo vivo come un problema, sono abituata a lavarmi col secchio a Ukunda, figuriamoci se qui con un rubinetto nano mi metto a fare storie.
Finalmente pulita, mi vesto e mi catapulto fuori. Saluto Nicholas e gli dico che ci vedremo dopo. In strada ci sono ancora i bambini che aspettano. Credo di aver già trovato le mie guardie del corpo della zona.
A casa di Donatella riabbraccio Solomon, il piccolo masai, un bimbo così dolce che ogni suo bacio lo sento ancora oggi. E conosco Passanka, l’altro bambino di cui Donatella si prende cura.
Imparo subito quanto questa donna sia straordinaria e comincio a stimarla più di quanto si possa immaginare. Ha lasciato l’Italia per sposare un masai e successivamente ha deciso di occuparsi di Solomon e Passanka per dare loro una vita migliore di quella che avrebbero potuto condurre al villaggio masai. Li riempie di amore e di affetto ogni giorno e non manca mai, con ogni gesto, di dare loro i giusti insegnamenti.
Ci vuole un gran coraggio e forse una buona dose di incoscienza per prendere la decisione che ha preso. Sicuramente in tutti questi anni non ha avuto vita facile ma dovreste vedere con che grinta e con che forza di volontà affronta le giornate.
Solomon mi accoglie chiedendosi chi cavolo sono io. Non si ricorda minimamente di avermi già incontrata in Italia a Milano quando è venuto in vacanza con mamma e papà. Mi piace la sincerità di questo nano. Gli chiedo: “Ti ricordi di me?” E lui immediatamente dice: “no”. Eppure io mi ricordo tutti i bacetti che mi aveva dato al parco Sempione e quanto si era sorpreso quando gli ho parlato in swahili.
Donatella mi dice che sta andando in città e mi chiede se voglio andare con lei. Le dico di si, che voglio cominciare quest’avventura.
Mentre aspettavo Donatella fuori dal Barclays avevo mandato un sms a Willy dicendogli che ero arrivata a Malindi. E poco prima che salissimo sul motorello di Donatella, squilla il mio cellulare, è Willy. Gli dico che sto per andare in città e lui mi dice che è a Malindi pure lui. Ci mettiamo d’accordo per vederci. Fantastico, ho trovato qualcuno che mi farà da cicerone.
Salutiamo Nicholas e dopo aver baciato il piccolo Solomon saliamo in sella al ronzino rosso di Donatella.
Una buca dietro l’altra ripercorriamo la strada che porta in città. Mtangani mi piace proprio. Il centro è fatto da poche costruzioni tra cui un bar, qualche negozietto di frutta e alimentari vari, un paio di casette e niente più. Chissà quante volte hanno seguito con lo sguardo il motorino rosso della mzungu. E stavolta le mzungu sono due.
Arriviamo in centro al Bar Bar. Sono un po’ turbata perché dentro è pieno di italiani. Non entro. Dico a Donatella che aspetterò Willy la fuori, di non preoccuparsi e che ci vedremo di sera. Lei è tranquilla, sa che me la so cavare da sola e non teme per me. Lo vedo nei suoi occhi che sa che saprò tornare a casa senza problemi.
Ed ecco Willy arrivare. E’ curioso che ci si incontri proprio a Malindi. L’avevo conosciuto giovedì a Diani Beach sotto un temporale. Pioveva e io come mio solito non correvo per andare a ripararmi, no, passeggiavo lungo la spiaggia come se niente fosse. E lui era li che giocava a pallone con un amico. Mi ha fermata, abbiamo chiacchierato, mi ha chiesto cos’avrei fatto sabato e gli ho detto che sarei andata a Malindi.
Mi dice che probabilmente ci andrà anche lui a visitare la sua famiglia, ma che non è sicuro. Mi lascia il suo numero di cellulare e gli dico che lo contatterò una volta sistemate le mie cose a casa.
E eccolo, mi sorride da lontano, ci salutiamo, mi chiede com’è andato il viaggio e gli dico che sono un po’ stanca perché sono in piedi dalle quattro del mattino. Mi chiede dove voglio andare. Gli dico che non so assolutamente nulla di questo posto, per cui deve decidere lui dove andremo.
E andremo in spiaggia. Mi va bene, perché voglio proprio vedere la differenza tra la mia spiaggia e quella di Malindi.
Prendiamo un Tuk Tuk che ci porta fino all’ingresso spiaggia vicino al Ponte Vasco De Gama. La spiaggia è grigia e quasi deserta. Ci sono pochi ragazzi che giocano a pallone e alcuni che trainano un carretto pieno di legna. Saliamo sul ponte. Fa quasi freddo. C’è vento e ammetto che anche se la spiaggia non è come la spiaggia di Diani, tutto quel che vedo mi piace.
C’è una certa pace tutto intorno. Willy mi racconta la storia del ponte e di quando il Kenya era sotto dominazione portoghese. Mi dice che quel ponte aveva una grande importanza per il commercio. E’ curioso scoprire con quanta passione gli abitanti del posto ricordano gli eventi che hanno attraversato la storia del paese. In Italia non è così, mi dico. Io per esempio di Milano so poco e niente. E anche la storia della mia Sardegna mi è quasi ignota. Mi sento profondamente ignorante davanti a un ragazzo che ha avuto molto poco dalla vita e quel poco se lo tiene stretto nella memoria.
Willy è originario di Malindi. Fa parte della tribù dei Giriama. Vive a Ukunda da poco tempo perché sta facendo un corso di tedesco al centro linguistico. Sua madre vive in Germania. Ha sposato un tedesco qualche anno fa. Ha iscritto Willy a questo corso perché forse un giorno lo vorrà con lei in Germania. Gli chiedo se sua madre gli manca. E mi dice che la sente spesso, per cui hakuna matata.
Mi dice che lui canta in un gruppo e che spera che diventeranno famosi. Mi promette che mi farà avere un loro cd. E io non vedo l’ora di ascoltarlo.
Chiacchieriamo e il tempo vola. Gli dico che voglio vedere il villaggio dove vive. E subito prendiamo un Tuk Tuk in direzione Tsavo Road. E’ li che si trova il villaggio di Willy. Si chiama Majengo Mapya. Un posto che trovo bellissimo, immerso nel verde, le case fatte buona parte di sterco e terra e la gente che curiosa saluta a ogni angolo. Ecco, era questo che cercavo nella mia Malindi. Un posto simile a Ukunda dove respirare l’aria buona della mia Africa.
Una nuvola di bambini si crea immediatamente davanti alla porta di casa di Willy. Lo salutano con molto rispetto. Mi illudo che siano li per salutare la mzungu, e invece sono li per il loro cantante del quartiere. Si salutano con il pugno che batte sul pugno e poi va sul cuore, alla maniera dei rastaman accompagnato da “mambo poa” e “mambo poa kabisa”.
A casa di Willy c’è anche suo fratello e un suo amico. Mi accolgono quasi a festa e mi chiedono se voglio bere qualcosa. Dico che un bicchiere d’acqua è sufficiente. E mi dicono che la loro acqua a me farebbe male, per cui il fratello di Willy va a comprarmi una bottiglia da un litro. Che gentile.
La casa è più una camerata che una casa. C’è una cucina con qualche padella appesa qui e là, tre camere lungo un corridoio e una piccola saletta dove stanno tutti insieme.
Willy mi fa vedere la sua camera e vuole farmi ascoltare la sua musica. Il lettore cd non ha le pile. Manda subito suo fratello a comprarle. Quello che mi stupisce è come suo fratello esegua gli ordini di Willy senza batter ciglio. Si vede chiaramente quanto rispetti il fratello maggiore. La camera di Willy mi ricorda la casa di Juma di Ukunda. Ma è ancora più piccola e ti da un certo senso di soffocamento. Quella casa l’hanno costruita loro, con le loro mani. Willy mi mostra un album di fotografie dove ce ne sono alcune proprio del periodo in cui stanno costruendo la casa.
Mi stupisco che me le mostri. Sembra quasi che voglia dimostrarmi che non mi sta mentendo. Già, perché nelle nostre chiacchierate gli ho spiegato chiaramente che il 60% delle cose che mi dirà io le considererò bugie. Gli ho raccontato la mia teoria sull’Ukundiano applicabile a tutti i kenioti in generale. E lui ha riso come un matto. Però ha ammesso che quello che ho intuito del comportamento degli africani è proprio vero.
Suo fratello torna, bussa alla porta della stanza di Willy e ci da le pile. Ci ha comprato anche delle caramelle. Trovo questo gesto bellissimo, anche perché ce le da tutte e non ne vuole tenere neanche una per sé. E allora io gli dico che le mie le può tenere lui.
Finalmente possiamo ascoltare il cd dei GBT, il gruppo di Willy. Fin dalle prime note lo trovo stupendo. E sono sicura che faranno strada. E comincio a pensare a quando lui non vivrà più in quella sorta di capannone. Gli dico che quando avrà successo sarà pieno di donne che vorranno i suoi soldi. Lui ride e dice che quando avrà dei soldi, costruirà una casa per sua madre, così potrà tornare dalla Germania.
Ci sono parole di quella giornata che hanno scolpito il loro spazio nel mio cuore e non dimenticherò mai.
Si fa tardi e dico a Willy che è meglio che io vada a casa. Donatella sarà preoccupata.
Prima però voglio fare una passeggiata al villaggio. E allora salutiamo i suoi coinquilini e usciamo. Camminiamo parecchio per Majengo Mapya e arriviamo fino a Maisha Mapya. Mi sento così libera.
Sono venuta qui da Diani da sola e sto conoscendo la mia Malindi a modo mio. Sono orgogliosa di me.
Arriviamo fino a un piccolo lago dove le donne stanno facendo il bucato. Non oso scattare fotografie anche se tutto quello che vedo è bellissimo. Si sentono i loro canti e le loro risate. Sono bellissime, tutte chinate con quelle schiene che mai si spezzano, quelle schiene su cui portano il carico delle vite dei propri figli e delle proprie famiglie. Quelle donne forti, che vivono ogni giorno con il sorriso sulle labbra e con i pochi soldi che i mariti o compagni portano a casa.
Willy mi chiede cosa sto pensando. Glielo dico, e mi dice che io ho capito davvero molto della vita li da loro. Mi dice che mi rispetta, perché io rispetto le donne del suo paese. Mi dice che se voglio posso fotografarle, ma io non me la sento.
E’ davvero tardi, comincia a fare buio e la strada tra Maisha Mapya e Mtangani è davvero lunga. Mi dice che mi accompagnerà sul Tuk Tuk ma che devo dirgli io dove dobbiamo andare, perché lui non conosce Mtangani. Gli dico di stare tranquillo, che mi ricordo perfettamente la strada.
E così eccoci, sul Tuk Tuk a attraversare di nuovo Majengo Mapya e salutare tutti per le vie. Le strade di Malindi son quasi buie, il sole si è quasi addormentato e io spero con tutto il cuore di ricordarmi davvero come tornare a casa.
Dico all’omino del Tuk Tuk di arrivare fino al Bar Bar e da li saprò guidarlo meglio. Infatti una volta al Bar Bar per me le strade non hanno già più segreti. E in una ventina di minuti siamo davanti al cancello di casa.
Fuori dal cancello di casa di Donatella c’è l’askari. Solomon mi corre incontro e mi bacia come se non mi vedesse da una vita. Ma guardarlo, nel pomeriggio quasi non si ricordava di me, e ora mi riempie di baci come fossi sempre stata li con lui. Sale sul Tuk Tuk insieme a me e Willy. Willy ride, gli si presenta e anche con Solomon c’è lo scambio di saluti col pugno sul cuore. “Mambo?”, “Poa”.
Ringrazio Willy e ci diciamo che ci sentiremo domani.
Il mio primo giorno a Malindi è finito e io sono più che soddisfatta. Vado a lavarmi, e scopro che anche io ho un askari. E’ un masai bellissimo, che non parla, non sorride, ma si vede che vorrebbe ridere per quanto sono imbranata nell’aprire il cancello. Per entrare in casa devo usare tre chiavi. Una per il lucchetto del cancello principale. Una per il lucchetto del cancello che c’è sulla porta. E una per il lucchetto della porta.
Quello che mi da più problemi è il lucchetto del cancello principale. Ci metto una forza sovrumana per aprire e chiudere quel cancello.
Mi rendo conto subtio che la sicurezza in casa in un paese come il Kenya, è importante. E sono felice che la mia sia munita di tutte queste misure nonché della presenza dell’askari che starà li fuori ogni notte per tutta la durata del mio soggiorno. Sono pur sempre una mzungu.
Faccio la doccia, stavolta stando in piedi perché Nicholas ha prontamente provveduto a sistemare l’acqua della doccia, metto la crema, mi spruzzo autan in ogni dove e metto i jeans. Esco subito e vado da Solomon e Passanka che stanno guardando la TV. Donatella non è ancora a casa. Solomon va in fissa per i cartoni animati. Vuole guardare L’era Glaciale. Conosce le battute a memoria. E’ pazzesco. A un certo punto mi sento crollare. Sono in piedi dalle quattro del mattino e ho vissuto una giornata davvero intensa. E’ ora di salutare tutti e di baciarli sugli occhi. Buona notte bambini. Faccio di nuovo la lotta con i lucchetti, mando un sms a Donatella dicendole che sono a casa, che leggerò un po’ prima di dormire e che ci vedremo domani.
La notte è fatta di silenzi rotti da Tuk tuk e macchine che ogni tanto passano per la strada dietro la mia casa. Ogni tanto ho anche l’impressione di udire dei passi fuori dalla finestra. Ma è sicuramente un gioco della mia mente. Forse è solo effetto dell’inquietudine che tutti quei lucchetti mi hanno messo. Forse è l’askari che gira per il girardino o forse sono solo io che mi rigiro nel letto facendo rumore.
L’alba illumina immediatamente la mia stanza. Ho superato la notte incolume. Non mi è successo niente. Sono viva e nessuno ha scassinato tutti i lucchetti. Già, è così, probabilmente un po’ di paura ce l’avevo.
Sono le 8 del mattino e dalla casa di Donatella arriva qualche voce e qualche risata. I bambini sono già in piedi e io non voglio perdere un minuto di più.
Faccio la doccia, mi spalmo di crema, bevo un bel po’ d’acqua dalla bottiglia che Willy mi ha lasciato il giorno prima e prendo il Malarone.
Sono pronta per il mio secondo giorno.
Esco di casa, lascio le chiavi a Nicholas e vado a casa di Donatella. Mi prepara la colazione e ci sediamo fuori in veranda col piccolo Solomon che non sta fermo un attimo. Chiacchieriamo. Le racconto del giro che ho fatto nel pomeriggio di sabato, le chiedo se si può andare tranquillamente all’orfanotrofio che c’è li vicino e subito dopo colazione Solomon mi ci accompagna.
Entriamo e vengo accolta da 11 bambini festanti che parlano quasi solo Kiswahili. Ci sono anche tre donne che mi invitano a sedermi con loro. In una conversazione in cui pasticcio tra inglese e Kiswahili, faccio le mie solite duecento domande. Mi chiedono dove ho imparato a parlare la loro lingua e ridono di gusto quando gli dico che ho imparato da sola, con un libro e tanta buona volontà. I bambini si presentano uno per uno, e anche loro si divertono a sentire come pronuncio le parole in kiswahili.
Giochiamo un po’ insieme a acchiapparello. Ho tolto le scarpe per cui ogni tanto mi faccio male sotto i piedi, ma non importa. Le donne mi mostrano l’interno dell’orfanotrofio e mi dicono che i bambini vivono di quel che arriva dalla comunità e dalle donazioni dei pochi turisti che passano da quelle parti. Effettivamente Mtangani è un po’ fuori mano, e se non conosci la zona, difficilmente riesci a scoprire dell’esistenza di questa casa con 11 bambini da aiutare.
Solomon mi dice che devo andare con lui, che è il mio fidanzato e che sarà la mia guardia del corpo tutta la mattina. E così mi porta a spasso per le viette di campagna alla scoperta di tutti i fiori che gli piacciono e degli insetti più grossi. La gente che incontro si stupisce nel vedere sta mzungu in giro con un bambino piccolo. Una ragazza chiede a Solomon dove abita, forse perché vuole assicurarsi che io non me lo stia portando via senza il permesso della famiglia.
Faccio tante foto e comincio davvero a essere felice di essere partita alla scoperta di quest’altro mondo.
Torniamo a casa e mentre Solomon e Passanka si preparano per andare in chiesa, io sono pronta a andare in città di nuovo. Bianca mi manda un messaggio e mi dice che arriverà a metà mattinata. Sono contenta. Finalmente ci incontreremo.
John, il marito di Donatella, mi chiede se voglio andare a Malindi a piedi con lui. E io dico, perché no? Così posso vedere Mtangani con più calma. E ci incamminiamo. Nel tragitto sentiamo musiche venire dalle chiese vicine. E’ domenica e musulmani e cristiani sono tutti in chiesa. Anche gli 11 bimbi dell’orfanotrofio vengono accompagnati a messa. Tutti e 11 vengono caricati sulla jeep della signora Dora e via, si va in chiesa.
Incontriamo tanti bambini e io non posso fare a meno di fotografarli. Una principessa si avvicina a noi. Porta un piccolo cesto sulla testa. E non sta andando a messa, va a casa a aiutare mamma con le faccende.
John mi mostra un cimitero. Mi dice che in zona ci sono sia cimiteri musulmani che cimiteri cristiani.
Tra una scorciatoia e l’altra, tra un racconto e l’altro arriviamo a Malindi al Bar Bar. Prendiamo un caffè. Si dice così, ma in realtà io bevo dell’acqua e aspetto che Bianca si faccia viva.
E eccola, mi chiama, le dico dove mi trovo e ci raggiunge.
Ci baciamo e ci abbracciamo come se ci fossimo già incontrate prima. E in un batter d’occhio ci troviamo in giro per Malindi. Camminiamo molto e faccio qualche foto a edifici che attirano la mia attenzione. Intorno a noi tutto parla di Italia. Persino le insegne dei negozi sono scritte in italiano. Gli annunci di vendite immobiliari parlano italiano. Mi turba. Camminiamo per un bel tratto.
Andiamo in spiaggia, la stessa spiaggia in cui sono stata con Willy. E in men che non si dica due guardie del corpo si materializzano vicino a noi. Karisa, 20 anni, decide che la sua protetta sarò io, e Ali, credo di ricordare si chiami così, sarà a disposizione solo di Bianca.
Passeggiamo lungo la spiaggia grigia mentre il sole si nasconde tra le nuvole. Karisa parla e corteggia da 10 e lode, ma non ha idea che io conosco ogni sua parola anche prima che la pronunci. Gli metto in chiaro che un ragazzino di 20 anni appena conosciuto non può assolutamente provare quel che dice di provare. Parla immediatamente di amore. Ma come si fa? Come fai Karisa a credere che io possa crederti? Qualcuno ti ha detto che bastano tre parole per far colpo su una mzungu?
Parliamoci chiaro Karisa, hai 20 anni e io quasi 33, non mi conosci affatto e tra due giorni io me ne vado. Cosa potrebbe esserci tra noi?
Risponde candidamente che resteremo in contatto, che l’amore vero supera ogni distanza, che l’età non ha importanza, che l’amore non ha età e compagnia bella. Gli dico la mia teoria, senza usare mezzi termini.
Tu, Karisa, speri di trovare un’europea qualsiasi che creda alle tue parole e cada ai tuoi piedi come una pera cotta. Perché? Perché poi potrai raccontarle la tua misera esistenza in un paese senza troppe speranze, e lei, mossa a compassione, deciderà di mandarti dei soldi dall’Europa per farti vivere meglio.
Lui ride e mi dice che non è così. Che lui è diverso, che non ha mai chiesto soldi a nessuno. Gli dico, certo, non li hai chiesti direttamente, ma sicuramente con la storia della tua vita, una persona buona di cuore non può restare indifferente e è spinta spontaneamente a darti una mano. Tu punti su questo.
Ride ancora e mi chiede chi mi ha insegnato queste cose. Gli dico che le ho imparate col tempo. Che sarebbe bellissimo che un amore pulito e disinteressato potesse nascere così, all’improvviso tra due persone che non si conoscono, ma io non ci credo, non ci credo più. Ci scambiamo comunque gli indirizzi email, perché lui dice che mi dimostrerà che anche con la distanza si può far crescere un amore.
Nel frattempo vedo che anche Bianca e Ali si scambiano numeri e email. Io e lei ci guardiamo, ci diciamo due frasi di intesa scuotendo la testa, e vista l’ora, decidiamo di andare a mangiare.
Mentre prendiamo questa decisione, Karisa e Ali si guardano, come si guardano due che hanno fame anche loro, ma che sanno che non potranno mangiare perché queste due wazungu non hanno dato loro nessun affare, non hanno comprato ninnoli, non hanno chiesto di fare un safari, non vogliono braccialetti e compagnia bella.
Chiedo a Bianca se le va che vengano con noi a mangiare, che offro io. Lei mi dice che divideremo la spesa e che anche a lei fa piacere che vengano con noi. Sono contenta, glielo diciamo e loro sono felicissimi. Non se l’aspettavano di certo. E Bianca che conosce bene Malindi, propone di andare da Baharini. Non so dove sia, che cosa ci sia da mangiare, se è lontano, ma va bene.
Per ritornare in città, tra la spiaggia e la strada, in una sorta di campagna, incontriamo una serie di case popolate da infinità di bambini e donne che fanno il bucato. Non ti aspetti che esista una Malindi più piccola e soprattutto africana. E la trovi quando esci dalle strade asfaltate e trafficate. Mi fa pensare a Nairobi, a Kibera e a tutte le periferie delle grandi città che diventano inevitabilmente rifugio di quelli che non ce la fanno a correre insieme allo “sviluppo”, e devono stare a guardare ai margini, e vedere che mentre gli altri arrivano da qualche parte, loro sono fermi, impossibilitati a correre insieme a chi va avanti, e dimenticati dal mondo da cui sembrano esser scesi.
E’ così che stanno quelli che scendono dal mondo in corsa? Penso a tutte le volte che mi son detta “fermate il mondo, voglio scendere”. E eccoli, quelli che sono scesi, abbandonati al loro destino. Ma forse loro non sono mai riusciti a salire.
E mentre penso, siamo di nuovo tra le strade della città, dove trovi situazioni contraddittorie a ogni angolo. Ci sono sia negozi extralusso, fatti apposta per il turista ricco che può spendere tanti soldi anche nella sua Europa, sia le bancarelle che trovi a Ukunda, con la frutta, i vestitini per bambini, collanine, ciabatte e souvenir a misura “umana”.
Arriviamo al Baharini e ci sediamo. Bianca parla col cameriere e gli dice che vuole il solito. Mi fa pensare che è solita venire in questo posto. Le chiedo cosa è il solito, e mi dice che è Kima. Anche io voglio Kima, e anche Karisa e Ali vogliono Kima.
Vado a lavarmi le mani. Faccio la coda dietro un indiano e suo figlio, una donna enorme ma bellissima e una bambina con le treccine. Il posto mi piace molto. E l’atmosfera che si vive quando in Kenya si mangia, è bellissima. Si percepisce una sorta di ritualità e di sacralità del pasto. Respiro una certa consapevolezza della fortuna che si ha nel poter mangiare quando altri sicuramente stanno saltando il pranzo per ovvi motivi.
Arriva la Kima e io lascio da parte le posate e faccio tuffare la mia mano destra nella carne e la impasto con il riso. Karisa e Ali prendono le forchette con un certo imbarazzo e col fare di chi non è solito usare le posate. E io inizio a ridere. Gli chiedo se sono o no africani. Dico che possono mangiare anche loro con le mani, che non sono obbligati a usare le posate, che siamo in Africa e che tutti intorno stanno usando le mani, per cui è sciocco che loro due si sentano in dovere di mangiare con gli strumenti del mzungu. Ridono anche loro, e anche Bianca. Bianca mangia con le posate.
Dai tavoli vicini mi guardano e sorridono. E ricambio i sorrisi con le mie mani tutte sporche e saporite.
Chiacchiere, mani impiastricciate, risate, racconti delle nostre quattro vite così diverse, ringraziamenti. Bianca vuole pagare il conto. E ci riesce anche se io non voglio. Mi dice che ora siamo nella sua zona, che quando verrà a Ukunda mi farà fare gli onori di casa, ma che qui tocca a lei. Grazie cara, sei davvero un tesoro.
Usciamo dal ristorante e in quattro e quattr’otto decidiamo di andare a Watamu. E’ giusto che io veda anche Watamu. Karisa e Ali, da buone guardie del corpo ci accompagnano fino alla fermata del matatu per Watamu e aspettano con noi. Scatto qualche foto in questa Malindi nascosta, quella con le strade di fango e pozzanghere grandi quanto piscine, quella con i panni stesi all’aria aperta lavati da donne chine su quelle schiene forti. Comincio a pensare di aver fatto davvero bene a lasciare Ukunda per un po’. Ma non riesco a togliermi dalla testa tutte le cose rimaste in sospeso e che aspettano il mio ritorno.
Mi chiama Willy e mi chiede che programmi ho per il pomeriggio. Gli dico che sto per andare a Watamu, gli dico che se vuole può venire con noi, gli do due o tre coordinate per spiegargli dove mi trovo e in pochi minuti lui e il suo amico Tuimani si materializzano davanti a noi.
Che bello. Andrò anche a Watamu. Sono solo due giorni che sono qui e ho già visto tanti posti e immagazzinato tanti ricordi.
Il matatu è li che scalpita affinché noi ci saliamo sopra. Ed eccoci, io e Willy ci sediamo dietro e Bianca e Tuimani un sedile avanti a noi. Succede qualcosa di inspiegabile. Willy inizia a ringraziarmi per averlo invitato a questa gita. Mi dice che lui non è solito andare in gita, che non ha mai fatto il turista in vita sua, che le uniche volte in cui viaggia è quando da Ukunda deve andare a Malindi e viceversa.
Lo osservo molto durante il viaggio e scopro che come me si sorprende davanti alle immagini che il paesaggio ci offre. Mi sento una privilegiata. Sto osservando un keniota in “vacanza”. Mi indica piccole case nascoste tra gli alberi, mi dice che laggiù la casa sarà piena di bambini e si chiede se andranno a scuola a piedi. E’ pazzesco perché sono le stesse cose che mi chiedevo io prima che mi indicasse quelle abitazioni.
Il prezzo del matatu è 50 kshs. Bianca mi spiega che generalmente il prezzo mzungu è 70 scellini. Ma io ho deciso che pago africano. E l’omino che ritira i soldi non fa una piega.
Il matatu corre verso la destinazione che abbiamo scelto e la mente corre a Diani dove ancora non ho incontrato Ali, il bimbo che ho lasciato a Natale, senza madre, senza padre e senza troppe speranze.
La settimana che avevo appena trascorso in Kenya non mi aveva ancora fatto vedere il mio Ali. Sono preoccupata. E non so assolutamente come fare a ritrovarlo.
Willy mi osserva anche lui. Mi chiede cosa penso. E glielo racconto. Mi dice che se voglio, quando torneremo a Ukunda, mi aiuterà a cercare Ali. Devo ritrovare quel bambino.
Sette mesi in Italia in cui ho pensato solo a lui e a come fare per dargli una speranza in più rispetto ai suoi coetanei. Willy mi dice che anche lui ha dei fratelli che vanno alla scuola pubblica e altri che hanno dovuto lasciare dopo la Primary school perché in famiglia non c’erano abbastanza soldi per tutti.
Gli chiarisco immediatamente che io non sono li per salvare il mondo. Si, perché quando tu racconti a un keniano che vuoi dare una mano a qualcuno, quello ti chiede perché non gliela dai a lui, dato che è tuo amico.
Io di amici ne ho un po’ troppi a Ukunda. E non posso salvarli tutti. Ma so che posso aiutarli a aiutarsi. Per alcuni di loro l’aiuto consiste in invii costanti di denaro dall’Europa. Ho spiegato bene loro che io non ho soldi per mantenere tutta Ukunda, che quello che posso fare e che sto facendo dall’Italia è di aiutarli a stabilire un contatto con il turista che si reca nella costa, affinché il turista si fidi e si affidi a loro. Non posso fare altro.
Per i loro fratelli più piccoli sicuramente troverò un altro modo. E’ importante che vadano tutti a scuola. E la scuola ideale per un keniano è quella privata. E’ quello che voglio per il mio Ali. Voglio che la sua istruzione gli garantisca un futuro migliore. E allora quando tornerò a Ukunda penserò solo a questo.
Watamu
Arriviamo a Watamu. E’ diversa da Malindi. E’ sì più “moderna” di Ukunda, ma meno incasinata di Malindi. Ritrovo le mie pozzanghere e le strade fatte di fango. Ma mi sorprendo enormemente quando incontro un palo della luce. Si signori, un palo della luce come quelli che c’erano a Ottana quando ero piccola. Ottana, per chi non lo sapesse, è un piccolo centro della Sardegna in provincia di Nuoro. Quando dico piccolo, non sto esagerando. E’ proprio piccolo. E ci ho vissuto da che avevo 3 anni fino agli 11 anni. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, questo palo della luce di Watamu è fatto in legno e i suoi cavi sorvolano il paese. Mai visto un palo della luce a Ukunda. Sicuramente c’è, ma in una zona in cui non sono ancora stata. Oppure non ci ho mai fatto caso. Insomma, non è che sto a cercare i pali della luce ovunque vado. Questo palo è degno di una fotografia.
Watamu è il regno di Bianca. Ogni vicolo è suo. Da ogni angolo vien fuori qualcuno che la saluta con estremo rispetto e affetto. E Watamu è anche regno di italiani. Si, i bambini non dicono jambo. I bambini dicono ciao. E non mi sorprenderei se a un certo punto mi parlassero in bergamasco.
Willy e Tuimani hanno una nuova luce in volto. Sembrano due bambini alla scoperta di un nuovo mondo. Continuano a abbracciarmi e stringermi a loro dicendomi grazie e che non dimenticheranno mai questa giornata. A me sembra di non aver fatto niente. Ma comincio a capire. Ripenso alle gite scolastiche. Quando ero alle elementari, ma anche alle scuole medie, non ho partecipato a tante gite scolastiche. Le ragioni erano molto semplici e mamma e babbo non si sono mai vergognati di spiegarmele. Il tutto si riassumeva in: “non ci sono soldi e quelli che ci sono servono per altre priorità”. Non capivo perché tutti i bambini della mia classe riuscivano sempre a andare in gita e io no. Mi chiedevo perché nella mia famiglia non c’erano abbastanza soldi e in quella degli altri bambini ce ne erano a sufficienza per mandare in gita anche gli altri fratelli.
Pensavo fosse una punizione di mamma e babbo per qualcosa che avevo fatto. Io ho sempre cercato di comportarmi bene. Anche se quando tiravo i girini con la fionda alle altre bambine non è che mi comportassi proprio da principessa. Ad ogni modo a un certo punto ho smesso di usare la fionda e in quarta superiore sono andata in gita pure io.
E la gioia che ho provato nel vedere posti nuovi credo fosse paragonabile a quella che leggevo negli occhi di Willy e Tuimani. Chissà, forse anche loro hanno sempre pensato che qualcuno lassù abbia voluto punirli e li abbia fatti nascere nella parte del mondo dove i bambini non vanno in gita.
Bianca ci porta in spiaggia. Una spiaggia di cui avevo tanto sentito parlare nei vari forum sul Kenya. E’ la spiaggia di fronte al Barracuda Inn e Aquarius. E sai che c’è? Mi ha fatto letteralmente cagare. Le ragioni? Più che ottime. Per arrivare in questa oasi tanto decantata da chi ci è stato prima di me, si passa per una stradina dove inizi a incontrare i primi venditori del posto. Nessuno ci importuna perché siamo con la regina Bianca, che detta così sembra una puntata di Fantaghirò. Insomma arriviamo a sta benedetta spiaggia e signore e signori, alla vostra destra potete vedere una serie infinita di lettini di plastica che sembrano fette biscottate con sopra spalmate le varietà di italiano medio che va in vacanza in Kenya e è convinto di aver goduto almeno in minima parte di quel che c’è in questo paese.
Donne di età diverse accompagnate dal giovane keniano innamorato, uomini in slip dai colori variegati, ce n’è uno persino pistacchio, che leggono i quotidiani rigorosamente portati dall’Italia per non dimenticarsi mai che loro sono italiani.
Guardo Willy e gli dico “mzungu” e scuoto la testa. Si piega in due dalle risate. E parliamo di quanto sia ridicolo vedere tutta questa gente a prendere il sole, convinta che il Kenya sia tutto li.
La spiaggia è piena di alghe. E quando dico piena, non sto esagerando.
Dieci a Zero per Diani Beach.
Al largo vedo un’imbarcazione carica di turisti che cantano Jambo Jambo e che probabilmente tornano dal Safari Blu. Sono infiniti turisti, di quelli che in Italia non accetterebbero mai di accalcarsi così, come clandestini sulle barche che arrivano a Lampedusa, per potersi godere una gita. Ma qui no, qui siamo in Kenya, hakuna matata. Mi fanno ridere quelli che fingono di adattarsi all’hakuna matata e poi arrivano in aeroporto a Malpensa e cominciano a prendersela perché i bagagli sono in ritardo. Dimostrano immediatamente di non aver imparato niente dai pochi giorni trascorsi in Kenya.
Passeggiamo tra le alghe, faccio qualche foto per non dimenticare quanto sia stata brava all’origine di tutto, a scegliere Diani per costruirmi il mio Kenya. Bianca mi legge negli occhi e annuisce perché sa perfettamente cosa sto pensando di quei cretini del Jambo Jambo.
Arriva tra noi Dasha, un ragazzo di cui si legge in tanti forum sul web, e che dovevo assolutamente conoscere perché ci tenevo a sapere come sono questi Vip di cui si parla tanto. A dire la verità mi aspettavo che arrivasse con un mantello rosso, una tutina aderente azzurra e una grossa D stampata sul petto. E invece è arrivato un ragazzo semplice, gentile, e anche timido. Ci siamo presentati, gli ho dato i saluti della sua mamma italiana e c’è stata la foto di routine per non dimenticare che ho conosciuto anche un Vip.
Avrei dovuto incontrare anche Thomas, un altro beniamino tra le italiane in vacanza, ma quel giorno era in safari e così c’è stato uno scambio di sms e ci si vedrà chissà quando.
La regina Bianca continua a essere omaggiata e venerata anche lungo la spiaggia. Mi sembra un po’ me a Diani. Con la differenza che lei è buona. Si, io non sono buona. E’ ora di smetterla di pensarlo. Io sono incazzata nera. Le ragioni? Molto semplici e già spiegate in passato. Ma si riduce tutto a una cosa che esigo dai ragazzi di Diani Beach. Esigo che muovano il culo! Si, si devono dare più da fare sul lavoro, e devono smetterla di pensare al guadagno facile che si ha regalando l’anima a un’europea di passaggio.
Decidiamo di andare a bere qualcosa. Per me bere qualcosa significa bere acqua. Si, perché se io non bevo acqua perdo le mie forze. L’acqua per me è come il barattolo di spinaci per Braccio di Ferro. Se io vado da qualche parte devo avere la certezza che ci sia acqua e carta igienica. Altrimenti me ne vado alle cozze.
Andiamo in questo bar di cui non ricordo assolutamente il nome, e mi viene in mente che devo cambiare i soldi. Bianca chiama uno dei suoi scagnozzi che prontamente trasforma i miei euro in scellini kenioti.
Dal bar osservo i tetti delle case di Watamu. Sono tetti in lamiera. Tanti tetti. In Kenya non avevo mai visto tanti tetti tutti insieme prima d’allora. Continuo a pensare che la mia Ukunda sia ancora la numero uno.
Foto di rito anche al bar. Bevo una bottiglietta d’acqua in pochi secondi. Parliamo come tra vecchi amici. E’ questa la magia di certi luoghi. Rende le persone amiche di vecchia data, quand’anche si conoscono da pochi giorni o da poche ore.
Bianca racconta di tutto quello che sta facendo con l’associazione Karibuni, e comincio a capire perché quando passa per strada lei, sia come passasse la Madonna.
Ci porta a vedere la sua casa. Stiamo li qualche minuto a chiacchierare e far passare il tempo. Le strade di Watamu sono popolate da tanti piedi scalzi. E a un certo punto anche i miei si confondono tra quelli degli altri. Le mie infradito si spaccano e da quel momento in poi sono la mzungu che cammina a piedi scalzi.
Il pomeriggio volge al termine e è ora di salutare Bianca, il suo fratello africano e il popolo dei piedi nudi. Willy e Tuimani abbracciano Bianca e la ringraziano per averci fatto da cicerone in una Watamu vista con i suoi occhi. Voleva portarci a vedere la discarica, e con tanto entusiasmo, ma non c’è stato abbastanza tempo. Rimandiamo la visita alle “meraviglie” che noi turisti lasciamo in Africa alla prossima volta.
Eccoci di nuovo sul matatu, Willy, Tuimani e me, mzungu senza scarpe. Li sento i commenti in Kiswahili e l’ilarità generale. Rido anche io e spiego che mi si sono rotte le scarpe. Alcuni si preoccupano e mi propongono di scendere fra qualche casa perché c’è uno che vende infradito a basso costo. Così non tornerò a Malindi a piedi nudi.
Li ringrazio, ma per me camminare scalza non è mai stato un problema. Quando facevo la marinaia sulle barche di Cala Gonone, i miei piedi hanno avuto calli che voi umani…
Sul matatu tutt’e tre stiamo in silenzio e assaporiamo il retrogusto di una giornata trascorsa insieme, all’insegna del relax e della scoperta di una Watamu non troppo europea, ma neanche troppo keniota. Ho visto i bambini di Malindi, ho visto i bambini di Watamu e ho visto i bambini di Ukunda. E quel che li accomuna è la speranza che per loro ci sarà veramente un futuro, un futuro migliore di quello dei ragazzi più grandi. Quello che mi sorprende sempre è la capacità di sognare che non abbandona mai i più piccoli. Se parli con un bambino di Ukunda scopri che ci sono in quei cuori, sogni comuni ai nostri bambini d’Europa. E non c’è il minimo segno di una preoccupazione per un futuro che forse non ci sarà.
Probabilmente è una cosa che si acquisisce crescendo. La rassegnazione e la consapevolezza di essere in un paese africano, con tutto quello che significa, sicuramente arriva quando ti rendi conto che mamma e papà non riescono a lavorare per darti da mangiare tutti i giorni. Probabilmente in principio lo trovi normale, e credi che in tutto il mondo i bambini soffrano di mal di pancia perché non hanno mangiato. Ma poi scopri i mzungu, e scopri che loro sono anche grassi perché mangiano troppo, vanno in vacanza negli all inclusive per mangiare 5 volte al giorno, e se ci fosse un sesto pasto, farebbero fuori anche quello. E allora ti chiedi perché tu non mangi neanche una volta al giorno, e quelli si abbuffano a più non posso.
E scopri che il mondo è spartito alla pirlona. Alcuni, con questa consapevolezza decidono di investire tutto nello studio e in quello che la cultura ti può offrire, altri abbandonano ogni speranza di crescita e si buttano in spiaggia a fare i Beach Boys, perché in qualche modo la famiglia deve avere qualche entrata.
E tante anime pulite si sporcano di sogni sbagliati.
Arriviamo a Malindi che è ormai sera. Io sono scalza ma felice perché ogni minuto trascorso anche in questo Kenya italiano, mi ha regalato molto in termini di scoperte. Willy e Tuimani ad esempio sono una bella scoperta. A piedi nudi cammino per una Malindi quasi buia, dove i Tuk tuk sono ancora in agguato e cercano clienti senza sosta. Ne prendiamo uno, e i miei due compagni mi scortano fino a casa.
A casa c’è Solomon che mi aspetta con l’ascari. Mi accoglie con tanta gioia, sale sul Tuk Tuk e abbraccia Willy e Tuimani come se fossero suoi fratelli. Pugno contro pugno e poi sul cuore e il piccolo-masai dal cuore rasta mi prende per mano e mi trascina via da quei due, come se a dire “ora tocca a me, voi ve la siete goduta tutto il giorno”.
La giornata è stata intensa, i miei piedi sono neri, la doccia mi fa scivolare di dosso tanti pensieri su quanto è diversa la vita qui a nord di Mombasa, e sono pronta per andare a giocare con Solomon in attesa che Donatella torni tra noi.
Il rombo del motorino rosso si riconosce anche a porte chiuse. E l’allegria di Donatella invade la casa immediatamente. Ecco che ha un racconto per me sul pomeriggio di Passanka.
Passanka viene dalla tribù masai di John. Donatella ha deciso di accoglierlo in casa per permettergli di studiare e vivere una vita con meno stenti e meno difficoltà. Domare una peste come Passanka è stata un’avventura, ma Donatella ce l’ha fatta. Quel che capita ogni tanto è che Passanka dimentica di dar retta a alcune raccomandazioni che mamma Donatella gli fa.
E così quel pomeriggio Passanka ha di nuovo dimenticato la bicicletta parcheggiata fuori. Quante volte Donatella gli aveva detto che non doveva lasciarla fuori, che gliel’avrebbero rubata, che doveva portarla dentro al sicuro. Niente, anche stavolta tutte le parole di Donatella erano finite chissà dove.
Ennò caro Passanka, non la passerai liscia. Donatella prende la bici di Passanka, senza che lui se ne accorga e gliela nasconde in camera sua.
E inizia a gridare: “Passanka!! Passanka!! Porta la bici dentro che lo sai, te l’ho detto mille volte, poi te la rubano!”
Lui va fuori e diventa bianco. Si, perché la sua bici non si trova da nessuna parte. Non rientra subito in casa, va a fare un giro intorno al quartiere per vedere se magari l’ha dimenticata da qualche altra parte. Niente. Si è volatilizzata. E ora come glielo dico a Donatella?
Torna in casa, e non sa come fare a confessare. Donatella lo guarda incattivita e da ottima attrice, gli chiede: “beh? Dov’è la bicicletta? Non dirmi che non c’è? Non dirmelo guarda!”
Lui: “No, non c’è… non so dove possa essere. L’ho lasciata fuori un attimo. Non c’è!” E’ sempre più bianco.
Donatella esplode come un petardo. Gliene canta quattro e anche di più. Solomon sa tutto, ma non dice niente al suo compagno di mille avventure. Ogni tanto sghignazza, e Passanka si sente ancor più umiliato e triste. Si rende conto di cosa vuol dire ora essere senza bicicletta. Dovrà ricominciare a andare a scuola a piedi. E non solo, dovrà anche accompagnare Solomon a piedi. E anche in chiesa, dovrà andare a piedi. E i libri pesano e lui sarà a piedi. E passerà tanto tempo prima che Donatella decida di prendergliene un’altra.
Ha quasi gli occhi lucidi, quando Donatella impietosita decide di mollare il colpo e di fargli sapere che quella era stata una lezione. E gli dice: “…e poi so anche che dovevi portarmi la pagella, e non me l’hai ancora fatta vedere. Hai da nascondermi qualcosa? Corri in camera tua e portamela qui. SUBITO!”
Passanka, oramai col morale sotto terra, striscia verso la sua camera e … E riprende colore. Vede la bici che Donatella aveva nascosto e il sangue riprende a circolare tra le sue vene. Ridono tutti, Donatella, Solomon e Passanka.
Capisce che da domani sarà meglio che porti dentro la bicicletta o rischierà un nuovo infarto.
Solomon ha assistito al racconto di Donatella e vuole aggiungere un po’ di colore. E a modo suo mi racconta la storia della bicicletta un’altra volta. E’ una storia molto più confusa ma molto più bella. I bambini le storie le sanno raccontare meglio. L’ho sempre pensato. Perché i bambini te le raccontano con il fare di chi ha visto con occhi puliti. E ogni loro storia sa di magia.
Vado a dormire. Domani sarà il mio terzo giorno a nord di Mombasa.
(to be continued)
Guardate il video qui sotto!
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